Ankara- Cocuk

Michele oggi non è andato a scuola, causa: tempesta di neve.

Per la prima volta ieri sera mi ha parlato dell’asilo: ho tradotto il menù dell’asilo, mi mancava un pezzo di merenda ma il pranzo c’era tutto.

Allora gli ho chiesto: “Com’era la zuppa di lenticchie?”, invece di un generico: “Cosa hai mangiato all’asilo?”, e finalmente mi ha risposto!

“Fa schifo!”, mi ha detto, “Ma il mio amico biondo l’ha mangiata tutta, era seduto vicino a me.” Gli ho chiesto della maestra, se non si era arrabbiata “No, mi ha detto di aprire la bocca e io ho sputato la zuppa, ma la maestra non si è arrabbiata.” A differenza della mamma che si sarebbe incavolata non poco.

Stamattina abbiamo letto i nomi dei compagni e lui mi correggeva l’accento e mi diceva: “‘E un mio amico” o “‘E una bimba bella”. Ora sta guardando i cartoni animati in turco, ripetendo a volte le parole per cui ridono i personaggi.

Michele è arrabbiato, fa la pipì addosso e ancor peggio la cacca, guardandomi. Poi mi picchia, cosa che non faceva, e fa i capricci, si butta a terra, vuole essere preso in braccio. Se proprio non sa cosa fare per farmi arrabbiare mi guarda e dice: “Cavolo”, se non funziona si mette a cantare “Che palle!”, le altre parolacce ha decretato che sono troppo pericolose.

Non vuole andare a scuola perché non capisce le maestre, mentre i bambini li capisce. Vuole andare in un asilo italiano ma qui non ce ne sono.

Abbiamo anche cantato le canzoncine che ci sono sul quadernino dell’asilo, quelle in inglese con la traduzione in turco, così io le traducevo anche in italiano.

Un’altra difficoltà è che qui i bambini non si sgridano in pubblico e se i bambini piangono tutti, ma proprio tutti, i passanti, i negozianti ecc, si sentono in dovere di prenderlo in braccio, vezzeggiarlo, dargli uno zuccherino o un qualcosa per farlo smettere e poi ridarmelo. Così se piange perché lo sto sgridando passo anche per il mostro di Lochness.

Ankara- Parrucche

Qualche anno fa c’è stata una legge per cui le donne hanno potuto riportare il velo in alcuni luoghi pubblici come le università. Un terzo delle donne (a detta di qualcuno) ha rimesso il velo in testa nelle università. Veli colorati, fazzoletti, non certo burka. Ma come facevano tutte queste donne prima? Andavano con il capo scoperto e poi da un giorno all’altro si sono ri-coperte il capo? No, usavano la parrucca. Andavano all’università o al lavoro con la parrucca. Gruppi di ragazze che oggi girano con il velo alto, truccate e con i soprabiti avvitati e i tacchi, avevano le parrucche, a volte tutte dello stesso modello, con la stessa pettinatura o con mollette e cerchietti. Fingevano di essere meno credenti per poter andare a scuola. All’università.

E al liceo? Ancora oggi useranno le parrucche, immagino.

Le ragazze della media borghesia si rifanno al nuovo modello di donna mussulmana velata ma bella, elegante, colta. Poi ci sono le ragazze con il velo basso, meno ricche, meno belle, meno colte ed eleganti.

Alla Signora non piacciono queste kapelu (velate) ma Istanbul formicola di queste differenze e gode di queste contraddizioni.

Ankara.- Ricordando Istanbul

Ankara è una signora a cui non piacciono i bicchierini da cay con il bordo dorato.

Ankara non perde tempo a pregare, deve amministrare.

Se Ankara deve indossare un fazzoletto è colorato, mai nero. Ma di un colore serio, marrone, blu.

Ankara beve sobriamente, a casa propria.

Ankara è silenziosa all’esterno ma i suoi mercati sono all’interno.

Ankara disdegna i ninnoli; i braccialetti, se ci sono, sono d’oro.

Ankara usa le strade per spostarsi e si riposa nei giardini.

Ankara non ama i turisti, parla solo con i diplomatici.

Ankara Lo ama.

Ankara non ama la calligrafia araba, non considera i sufi, si sveglia al mattino e non si ricorda cosa ha sognato, anzi è proprio convinta di non sognare affatto.

Ankara è sola ma sa cosa vuole.

Istanbul è lontano, si specchia nel mar di Marmara.

Ankara- Nuovi amici

Domani andiamo ad Istanbul e sono emozionata.

Michele ha due nuovi amici kaya e Mattei. E io tre nuove amiche: Ozlem, mamma di kaya, Anne, mamma di Mattei e paul e Dilek, che dopo due ore con Michele in vena di capricci, ha deciso di non fare figli.

Anne è una ragazza rumena, moglie di un diplomatico che lavora all’ambasciata. Siamo delle pioniere, dice e mi fa ridere. Inizialmente io parlavo in italiano e lei in rumeno, poi abbiamo scoperto che entrambe parlavamo francese. Lei è qui da quasi sei mesi, parla già turco, con difficoltà ma è ammirevole. Meglio del mio inglese! E lo scrivo con molta invidia, visto che parla anche inglese e tedesco, che io sappia.  Martedì mi raccontava di sua suocera che si lamentava perché la figlia è andata a vivere in Cile dove fa troppo caldo e parlano spagnolo, abbiamo riso tanto, perdute in mezzo alla neve, a cinque gradi sotto zero, in un luogo fuori dalla cartina di Ankara. Cercavamo il centro culturale francese, da poco trasferito e mentre lo cercavamo malignavamo che il trasferimento doveva essere frutto della politica estera francese. I bambini erano a scuola, insieme (beraber). Sono amici e meno male perché Michele non ci voleva più andare a scuola.

Dopo la scuola Michele e Mattei mettono in crisi Anne perchè vogliono andare a casa di Mattei, Anne promette che faranno scrivere al console una lettera per invitarci a casa loro. Mattei chiede perché Michele può invitarli a casa mentre loro devono far scrivere una lettera dal console al governo Rumeno. Io gli dico che è perché la loro casa è del governo rumeno. Forse l’hanno capita. Ma io e Anne, in realtà, non tanto.

Ankara-Casa del manti.

Il manti è un piccolo raviolo ripieno di carne. è chiuso in cima, stretto da quattro dita, formando un sacchetto grande quanto una falange di mignolo.

È servito caldo con un sugo liquido di yogurt, salsa di pomodoro fresca e un trito di menta, peperoncino e cannella. un leggero soffritto di cipolla deve aver presenziato nel ripieno. Chiodo di garofano  e aglio. quattro donne vestite di rosa e dai grembiuli mavi ( blu) si avvicendano in una cucina a vista che si può amirare sia da due vetrate che danno su Cinnah  sokak che da tutta la sala. si mangia in cucina, con le donne che parlano. Una canzone turca viene dal televisore dietro le mie spalle mentre due camerieri in bianco e nero piroettano tra i tavoli. Un terzo uomo siede alla cassa, vestito in borghese.

– esterno giorno

Mi sono persa. Alla ricerca del museo di cultura anatolica, mi sono persa.

Ho sbagliato fermata e ho chiesto indicazioni a una signora che mi ha risposto in inglese confondendo la destra con la sinistra e così via, dentro un mercato ripido, con delle tettoie che lasciano uno spazio in mezzo per far defluire l’acqua della neve che si scioglie. Qua ci si bagna più con il sole che quando è nuvoloso.

Mi viene il capogiro per la gente che urla frasi incomprensibili sulla merce più svariata; per le persone che mi scontrano, tutti intenti a scansare l’acqua delle tettoie e a non finire dentro il rigagnolo di scolo che c’è in mezzo. A tratti ragazzi con uno scalpello spaccano il ghiaccio che lo ostruisce.  Folate di peperoncino, semi sconosciuti ed enormi forme di formaggio stagionato. Un vecchietto si avvicina e ne stacca un pezzo con il dito direttamente dalla forma e se lo mette in bocca. Il negoziante gli sorride, ricambia e se ne va.

Salgo sempre più in alto, la creusa diventa una scalinata, senza che questo interrompa la fila di bancarelle coperte, poi si arriva ad una strada. Non arriverò mai al museo, questo è sicuro, allora scendo per questa via principale. Seguono, una strada che vende solo cose per il cucito: macchine da cucire, stoffe, fili, lana. Pensare che l’altro giorno cercavo un metro da sarta e non lo trovavo, l’ho chiesto in un negozio che sembrava una merceria ma non lo avevano, ho chiesto dove potevo comprarlo (nerede?) e non ha saputo rispondermi.

Poi una traversa di ciabattini (quelli che fanno le scarpe per davvero), poi una strada di negozi per disabili. Tutto per il disabile, dal bastone alla sedia gabinetto. Intere batterie di sedie a rotelle con ragazzi svogliati sedutici sopra  in attesa di un cliente. La strada si conclude con un ospedale, naturalmente. Infine il museo. Anche qui la seriosa Ankara ha i denti con la foglia di prezzemolo: ci sono due palazzi/museo, il primo è il museo di arte moderna e contemporanea, bello e curato nell’esposizione, elegante.

Accanto il museo etnografico, non che le cose non sano interessanti ma l’esposizione è trasandata, con le ricostruzioni fatte con dei manichini da negozio post sovietico.

Ankara- La signora

Per amare una città bisogna guardarla con gli occhi di chi la ama.

E Dilek, una mia nuova amica, la ama molto.

E Ancara è imponente, enorme, autoritaria. E’ una città importante e vuole essere presa sul serio. E’ la città dello stato, un nuovo stato, un grande stato voluto e costruito da un uomo illuminato. E’ un disegno che i suoi cittadini compiono con rispetto, con fede, con amore. Si vede nei canti a scuola il venerdì, in cui anche i bambini di 5 anni si fanno seri e compunti. Si vede nella strana toponomastica della città, intere zone recintate che fanno sparire metri cubi di terreno in uno spazio che non c’è. E’ lo spazio dell’esercito, dello stato, delle ambasciate. Ma altrettanto ne ridistribuiscono in giardini, parchi, giochi, ora tutti imbiancati di neve.

Michele oggi piangeva perché la neve si sta sciogliendo, nonostante i 4 gradi sotto zero , piano piano la neve cede il passo al verde. Ankara non è una città solo grigia di asfalto, ha alberi, uccelli, prati. E gli uccelli la mattina cantano.

Le persone stanno in fila per prendere gli autobus privati, poi qualcuno passa in avanti e nessuno protesta, altri codici che ancora non sono riuscita a decifrare. Le strade principali sono a quattro corsie per direzione, il traffico scorre veloce, i pedoni passano su sovrapassaggi pedonali. Sembra una città futurista con una nuance egizia.

La gente sorride e parla ai bambini. Ma tutti hanno qualcosa di urgente da fare.

I luoghi sono sempre troppo grandi per risultare pieni, poi a un certo punto trovi il luogo dove sono tutti e sembra che tutti i sette milioni di ankaresi si siano dati appuntamento. Come domenica pomeriggio all’Ankamall, centro commerciale. Tanti centri commerciali, con spazi chiusi che sembrano piazze. La nostra Fiumara è un piccolo borgo di montagna al confronto. Il ricordo di Genova si perde in questo altopiano. Solo le salite e le discese che si susseguono rendono familiare la camminata e protegge lo sguardo non vedere sempre l’infinita quantità di strade, case, negozi, macchine, alberi, giardini, cartelli pubblicitari che si susseguono in altezza come in larghezza, che si affacciano ad ogni balcone.

Ankara- Illusione di primavera.

Sto’ per uscire, michele è all’asilo, sembra stia arrivando la primavera.

Ieri c’erano 5 gradi e la pioggia ha lavato via un poco di neve e pulviscolo anatolico, stamattina ha provato a nevicare mentre le gazze che vivono sull’albero di fronte a noi costruivano il nido. I frutti, palline marroni spugnose, si erano spolverate di bianco dando un idea di albero di natale. Poi è giunto il sole e la neve ha brillato prima di sciogliersi.

Ieri abbiamo invitato un ragazzo di Ferrara incontrato al negozio di vini sotto casa. Abbiamo fatto un pesto di noci e le acciughe marinate. Progetto Littel Italy iniziato. C’è bisogno di comunità.