Ankara-Casa del manti.

Il manti è un piccolo raviolo ripieno di carne. è chiuso in cima, stretto da quattro dita, formando un sacchetto grande quanto una falange di mignolo.

È servito caldo con un sugo liquido di yogurt, salsa di pomodoro fresca e un trito di menta, peperoncino e cannella. un leggero soffritto di cipolla deve aver presenziato nel ripieno. Chiodo di garofano  e aglio. quattro donne vestite di rosa e dai grembiuli mavi ( blu) si avvicendano in una cucina a vista che si può amirare sia da due vetrate che danno su Cinnah  sokak che da tutta la sala. si mangia in cucina, con le donne che parlano. Una canzone turca viene dal televisore dietro le mie spalle mentre due camerieri in bianco e nero piroettano tra i tavoli. Un terzo uomo siede alla cassa, vestito in borghese.

– esterno giorno

Mi sono persa. Alla ricerca del museo di cultura anatolica, mi sono persa.

Ho sbagliato fermata e ho chiesto indicazioni a una signora che mi ha risposto in inglese confondendo la destra con la sinistra e così via, dentro un mercato ripido, con delle tettoie che lasciano uno spazio in mezzo per far defluire l’acqua della neve che si scioglie. Qua ci si bagna più con il sole che quando è nuvoloso.

Mi viene il capogiro per la gente che urla frasi incomprensibili sulla merce più svariata; per le persone che mi scontrano, tutti intenti a scansare l’acqua delle tettoie e a non finire dentro il rigagnolo di scolo che c’è in mezzo. A tratti ragazzi con uno scalpello spaccano il ghiaccio che lo ostruisce.  Folate di peperoncino, semi sconosciuti ed enormi forme di formaggio stagionato. Un vecchietto si avvicina e ne stacca un pezzo con il dito direttamente dalla forma e se lo mette in bocca. Il negoziante gli sorride, ricambia e se ne va.

Salgo sempre più in alto, la creusa diventa una scalinata, senza che questo interrompa la fila di bancarelle coperte, poi si arriva ad una strada. Non arriverò mai al museo, questo è sicuro, allora scendo per questa via principale. Seguono, una strada che vende solo cose per il cucito: macchine da cucire, stoffe, fili, lana. Pensare che l’altro giorno cercavo un metro da sarta e non lo trovavo, l’ho chiesto in un negozio che sembrava una merceria ma non lo avevano, ho chiesto dove potevo comprarlo (nerede?) e non ha saputo rispondermi.

Poi una traversa di ciabattini (quelli che fanno le scarpe per davvero), poi una strada di negozi per disabili. Tutto per il disabile, dal bastone alla sedia gabinetto. Intere batterie di sedie a rotelle con ragazzi svogliati sedutici sopra  in attesa di un cliente. La strada si conclude con un ospedale, naturalmente. Infine il museo. Anche qui la seriosa Ankara ha i denti con la foglia di prezzemolo: ci sono due palazzi/museo, il primo è il museo di arte moderna e contemporanea, bello e curato nell’esposizione, elegante.

Accanto il museo etnografico, non che le cose non sano interessanti ma l’esposizione è trasandata, con le ricostruzioni fatte con dei manichini da negozio post sovietico.

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