Ankara – Çay evi

Tavolini bassi rivestiti da foulard a scacchi, coperti da una lastra di vetro. Siamo tutti seduti su degli sgabellini. Le pareti sono rivestite da strisce di corteccia, foto in bianco e nero incorniciate e, dentro il locale, un lampadario in vetro dipinto. La clientela e il servizio è  composta da soli uomini, molti fumano, uno mi continua a fissare. ‘E un ragazzo dalla pelle olivastra, capelli corti e giacca blu con i bottoni dorati. Si alza, mostra una lira al garson ed esce. Fuori piove. Guardando i volti della gente per strada mi sembra di riconoscere Massi, so che non è possibile, che lui è a Genova. Capita spesso che, incontrando gli occhi di qualcuno, vedo amici o magari solo persone che incrociavo  per la strada quando ero a Genova. Non capita solo a me, anche Enrico e Franco soffrono di questa particolare malinconia o illusione. Ormai ci ho fatto l abitudine ma oggi è particolarmente doloroso. Sarà che mancano tre giorni al nostro ritorno, sarà il racconto di Anne sul suo ritorno a casa, dove si aspettava la famosa uccisione dell’ agnello grasso  e, invece, sono stati messi in secondo piano rispetto al gatto. Mi ha raccontato anche la trama di un film rumeno su questo argomento:  un ingegnere  è andato a raccogliere pomodori in Spagna e, al suo ritorno, la moglie non gli ha fatto trovare neanche un piatto di sarma e la figlia doveva uscire con le amiche. Sarà solo il tempo bigio, vado a prendermi la pioggia.

Ankara- Alla ricerca dei nazar boncuk

Dio chiama attraverso i megafoni del minareto, una voce distorta biscica le vocali arabe. Sono seduta in un cortile nella vecchia Ulus. Un signore dal volto cotto dal sole, i capelli radi e i baffi folti di un grigio diforme lucida delle scarpe da uomo nere. è seduto su uno sgabello di plastica bianco e davanti a se ha la sua cassetta portatile in legno. Torna il cliente e, togliendosi le ciabatte di plastica blu, si ri-infila le scarpe nere e paga. l’uomo intanto ha altre due paia di scarpe su cui lavorare. Ha una giacca a vento blu amt e i pantaloni grigi, sul ginocchio destro tiene una pezza di stoffa rossa, dai ricami neri, sulla quale poggia la scarpa.

Gli uccelli cantano, un frastuono che copre il borbottio delle donne e degli uomini.

Il ragazzo del cay (té) corre tra i tavoli con i bicchierini a tulipano tra le mani. I tavoli sono giallo fosforescenti e pubblicizzano la limonata Uludag. Una bandiera del Galata Saray (squadra di calcio turca che ha vinto il campionato la settimana scorsa) penzola dall’arco del primo piano con i sui colori giallo e rosso, le teste di leone e la mezza luna. I negozi del pian terreno vendono fiori finti, culle, fornelli a gas e valigie. Il gioco di legno a dadi piccoli come perle e pedine da dama schioccola a ritmi alterni nei tavoli vicino al mio, così come il nome di Dio si alterna tra le labbra dei giocatori. Un’autoradio sospesa tra i tiranti del tendone del bar è collegata tramite tanti, troppi,  cavi alle casse,  esse sono coperte da un velo di plastica gialla. Trasmette  pop turco, orientale, ritmato, che parla di qualche donna amata, forse lontana. Il tavolo dei giocatori si allarga, ora sono in sei a giocare, a coppie. Fumano e bevono cay. Il cortile è  frequentato principalmente da uomini, le donne comprano e vanno. Anche io vado, ho finito il mio secondo cay, prima che il garson se ne accorga e torni con un terzo. Tra i garson uno, in maglietta rosa e la pelle olivastra, non avrà tredici anni. Vado alla ricerca dei locum che ho promesso a Paola, vaniglia e mandorla.

Panino con le acciughe fritte da “cino kokorec”, fuori dal mercato. Si sente battere i coltelli curvi sui taglieri dove gli intestini di capra arrostiti vengono battuti insieme alle verdure. La ragazza velata con scialle floreale entra ed esce dalle due porte del locale, ha il viso chiaro e sicuro, un’altra ragazza dai capelli lunghi e neri corre  per ordinare altri panini di kokorec. Davanti a me ho il mio mezzo panino avvoltolato in un tovagliolo di carta decorato con occhi azzurri scaccia malocchio (nazar boncuk), una bottiglietta di vetri di Nigde gazozu aspetta di essere bevuta. Aspetta e spera, è la cosa più schifosa che abbia mai bevuto. Al battito dei coltelli si somma il grido per attirare i clienti, alto, acuto che ripete non so quale filastrocca incomprensibile. A Ulus tutti urlano per venderti qualcosa: “Buruburuburu!”.

Sabato abbiamo fatto colazione con una nuova amica turca e la sua famiglia, li ha conosciuti Paola a Istanbul, li hanno aiutati dopo che un cane aveva morso Ivo. Contattati via mail abbiamo scoperto di essere vicini di casa. Mi ha confermato che il fruttivendolo sotto casa mia è caro e ha la roba cattiva (allora non voleva fregare solo me perché sono una yabangi). Anche lei viene a fare la spesa a Ulus, dove tutto e più buono e costa meno.

Ma dal fruttivendolo sotto casa qualche volta ci devo andare. Per le buone relazioni di vicinato. ‘E così bello ora che tutti mi salutano per la strada che da casa va all’asilo di Michele, tutti salutano, chiedono del bambino e ci si sente a casa.

Ankara- Le rovine romane e il tempio di Augusto

‘E sempre bello andare a Ulus, il quartiere creato da Ataturk quando ha deciso di costruire Ankara. Oggi poi sono con Anne che mi ha promesso di farmi vedere il tempio di Augusto e le rovine romane. Da sola non sono riuscita a trovarle. Prima però compriamo i biglietti per l’opera. Dopo che ho tenuto Mattei e Paul e le ho permesso di andare con Sava all’ambasciata di Polonia per un concerto, ha chiesto una nuova autorizzazione al governo rumeno (che nel frattempo è anche caduto) per poter far dormire un piccolo straniero nell’ambasciata rumena. Vedremo. 

Dopo le rovine romane, che ricordano i quadri neoclassici, e le nostre comparazioni linguistiche (latino, rumeno, italiano in francese) andiamo a visitare la più antica moschea di Ankara. Anne l’ha già vista e mi fa entrare sola. A differenza di Istanbul nessuno mi chiede di velarmi, l’entrata è separata per le donne e per gli uomini ma non è divisa tra fedeli e infedeli. La parte delle donne è sotto, quella degli uomini sopra. Non ci si vede neanche. Mi tolgo le scarpe davanti alla guardia (paura dei curdi e di altre minoranze credo) e scendo. Sono l’unica non velata sopra i sei anni. Ci sono anche i bambini, maschi e femmine, che corrono ridendo, senza alzare la voce però. Donne sole o a crocchi leggono il corano, pregano, discutono, fanno la maglia. Nessuna di loro però mi giudica, lo si vede da come mi guardano. La sala è decorata in oro e galligrafata. Un grosso quadrato nero indica dov’è la mecca. Mi inginocchio sui tappeti azzurri a fiori rosa. Rimango in ascolto per un minuto. Esco. Andiamo, io e Anne, a curiosare tra le bancarelle che circondano la moschea, poco distante dal giardino con fiorellini e fontane dove alcune donne attorniano un vecchio dal turbante e dalla barba bianca.

Se solo fossi velata mi comprerei tutto, ma così, svestita mi vergogno. Vendono le bussole per la Mecca, i mini corani tascabili, i sotto-veli per non dover starsi sempre ad aggiustare il velo: sono cuffiette di vari colori, anche in formato “moda italiana” per la donna elegante. La maggior parte delle avventrici cerca dei veli di garza per l’estate che sta arrivando. Poi ci sono anche tutta una serie di gagget come copri polpacci, copri polsi eccetera che ritraggono sulla busta una fanciulla che gira su se stessa, con tutti i veli che si alzano e lei non fa vedere neanche un cm di carne, escluso il viso sorridente e truccato, ben inteso. C’è anche un libricino con tutta la vita di Mevlana da far colorare ai bambini! Anne si preoccupa di questo mio entusiasmo e inizia a farmi qualche domanda. Come spiegargli che la mia è una passione verso la religione in quanto espressione artistica più che come attività trascendentale. Le propongo di andare al mercato di Ulus dove i pescivendoli mi fregano sempre ma col sorriso, offrendomi anche il té.

Ankara – Aquarium

Da sopra la funicolare che unisce due punti casuali del quartiere, vediamo una coppia di sposi che posa davanti al centro culturale. Lei è in abito bianco, lungo tipo barbie e porta il velo. Non il nostro velo trasparente, proprio il velo da credente musulmana  ma bianco candido come il vestito.

Le cascate artificiali, le case coi mosaici, il grande parco pieno di fiorellini e alberi. Gli alberi, qua se ne vedono più in città che in campagna, come di fiorellini del resto. Orkun, un collega turco di Enrico, sostiene che se Ankara non ha una metropolitana decente è per colpa dei soldi spesi dal comune in fiorellini. Non so se è vero ma sicuramente c’è un esercito di giardinieri comunali che lavora instancabilmente e pianta, dissoda, rivolta. Non c’è strada a sei corsie che non abbia le sue aiuole. Così come ogni piazzetta ha i suoi giochi per bambini. Non c’è degrado, nessuno (escluso Michele quando sono distratta) strappa i fiori.

L’uovo in cui siamo appesi dondola, ho paura, non so perché non voglio ammettere di soffrire di vertigini. I turchi che sono con noi ci guardano di sottecchi, poi gli rivolgo una domanda, anche per distrarmi dal fatto di essere sospesa in mezzo a un quartiere di Ankara: “Acquarium nerede? O  midir?” Si, è quello, mi rispondono, da dove venite? “Italian” E sorridono. Come sempre, come tutti.

Meno male che non siamo in Germania, meno male che siamo Italiani e i Turchi ci vogliono bene.

A pranzo la cassiera dei mangal (barbecue) non capiva nulla di quel che gli dicevo, mi parlava troppo veloce ed era scocciata da questa scema che non parlava turco (io, ndr), poi ho detto che sono italiana e tutti a sorridere e a fare i complimenti al mio turco e a servirci. Penso a tutte quelle persone che sono immigrate e non hanno avuto o non hanno questa fortuna.

Ankara- Hokey

Oggi è la grande giornata di Michele.

Qualche giorno fa è arrivata una lettera nella nostra casella indirizzata a Mikele Palmireo. Era un invito per il sesto torneo di Hokey su erba nell’sclusivo collegio: Bilim ozel okullari.

Mina dice che sarà tutto a pagamento per spennare i genitori, io e Anne non ci perdiamo d’animo e con Enrico e i bambini partiamo all’avventura.

Abbiamo preso la macchina in sei e due dei tre bambini erano senza seggiolino. Non si fa, è vero, ma cosa ci possiamo fare se qui abbiamo visto macchine con dieci persone, bambini nel bagagliaio e altre amenità che succedevano anche da noi prima che entrassimo in Comunità Europea. La regola è quella che i bambini non contano. 

Siamo arrivati, è come al solito tutto un fiorellino, la guardia ci accoglie sorridendo e anche il padre della patria ci sorride dal suo busto in cima alla scalinata.

Passiamo nei giardini. Sei castelli gonfiabili da luna park accolgono in bambini, poi cinque stend dove delle animatrici fanno trucca bimbi, disegni con le sabbie colorate e altro. Una staccionata contiene due pony con relativi ragazzini che fanno fare il giro ai bimbi in tenuta da cavallerizzi. Poi l’immancabile stend del mangal (carne alla brace) e cay (té turco). Ancora più sotto due campi da Hokey in miniatura con tanto di arbitro e commentatore sportivo ( uno per campo). Poi un giardino con i giochi, quelli che da noi non si vedono quasi più: piramidi di legno con altezze vertiginose, quadri svedesi ecc. Sotto, per attutire le cadute: erba.

La scuola ci fornisce la maglietta e il pranzo al sacco. Alle 12 e 45 inizia la nostra partita. Michele si stordisce sui castelli gonfiabili e devo andarlo a prendere di peso per portarlo in campo. Ogni tot i compressori si bloccano e i castelli si afflosciano su loro stessi, lentamente, dando il tempo ai bambini di scappare.

Il Petergek perde tutte e due le partite, Michele conferma la visione del gioco che mi aveva dato a casa: “Ad hokey si corre mamma” e per correre corre, il perché abbia una mazza in mano e ci sia una pallina gialla in campo credo gli sfugga. Finisce la partita e Michele va nuovamente a saltare sui castelli gonfiabili. Mattei invece piange, non voleva stare in porta.

Il compressore si blocca, il castello si affloscia con dodici bambini su uno scivolo che sprofondano, gli uni sopra gli altri e per liberarsi danno calci e pugni. A un bambino esce il sangue dal naso. Michele dice il suo solito “Che male, mamma” e cambia castello. Paul ha fatto la cacca e non vuole cambiarsi il pannolino. ‘E ora di tornare a casa.

Sinek Kadar Kocam Olsun Başımda Bulunsun

Oggi è l’anniversario mio e di Enrico e Franco, il collega a progetto di Enrico, ci tiene Michele. Ho comprato su mybiliet i biglietti per uno spettacolo in turco al teatro di Altindag.

In macchina case ridotte in macerie e zingari. La cittadella non è il loro unico luogo allora. Troviamo subito il teatro grazie al navigatore e posteggiamo nel parcheggio del teatro, dalla faccia felice che ha fatto il parcheggiatore credo che gli abbiamo dato più del necessario. In tacchi e abito di seta ci incamminiamo in questo strano quartiere alla ricerca di un bar dove prendere l’aperitivo. Enrico si dice perplesso sullo spettacolo che ha in copertina l’uomo ragno che abbraccia un albero di natale ed è sicuro che non troveremo mai un qualcosa di alcolico. Tamam, torniamo indietro.

La sala è bella, con dei tappeti alla parete. Ha un parco luci sproporzionato per la grandezza del palco (di media misura), ancora più amplificato dal fatto che le luci sono tutte al bianco o con delle gelatine ambrate e i numerosi cambi luce sono fatti con una batteria di led in seconda americana. Le video proiezioni sono piacevoli e organiche, la storia parla di donne turche. Sono monologhi spesso comici a volte drammatici. Le attrici sono brave e una in particolare è stupefacente. L’autrice è una giovane turca e credo che la piéce sia tratta da un suo romanzo. Alla fine Enrico non è entusiasta come me ma forse non porterà questa uscita come causa di divorzio. Torniamo a Cankaya, il nostro quartiere per stranieri, dove possiamo andare al New Castle ha berci una birra.

Bey Pazar e le carote

Una stradina circondata da case in stile ottomano restaurate. Tutti i piani inferiori sono adibiti a locande o negozi di vario genere. Vendono dall’origano ai giochi, alle zappe. Muge, la moglie di Orkun, collega turco di Enrico, non riesce a trattenersi e compra un pupazzo di Pepe (cartone animato turco) che suona il tamburo a Michele. Enrico la supera comprandogli un pupazzo di Pepe che è un finto cellulare e ogni volta che schiacci un pulsante gracchia la sigla del cartone. Ovunque vendono carote, c’è persino un’enorme carota alta tre  metri in mezzo all’aiuola di spartitraffico all’inizio del centro storico. Ogni tre banchetti c’è qualcuno che vende un succo di carota, fatto al momento e imbottigliato.

Prima di partire la pediatra mi aveva consigliato di lavare anche le forchette del ristorante con l’amuchina, ora Michele si beve il succo di carota fatto per la strada e accetta tutti i dolci che perfetti estranei gli mettono in mano. Non posso farci nulla. Nessuno mi chiede il permesso. Se un genitore dà un biscotto a suo figlio e Michele è lì vicino, subito ne dà uno anche a lui e se non lo ha lo divide. Chiedermi cosa penso non è contemplato. Qualche tempo fa ho visto, con mio orrore, una vecchia nonna infazzolettata che divideva a mani nude una mela per darne un po’ a suo nipote e un po’ a Michele. Pensare di dire a Michele di non accettare dolci dagli sconosciuti è improbabile. Vendono anche Baklavà alla carota e marmellate di carote.

Questo paesino è comodamente a due ore di distanza da Ankara, in mezzo a un nulla e, malignando, Franco ci dice che le carote hanno bisogno di un terreno povero per crescere e qui crescono magnificamente.

Usciamo dal castello dove un gruppo di Beypazaresi in costume tradizionale fa vedere i mestieri antichi. Se fuori le donne non fossero vestite allo stesso modo potrebbe essere un po’ pacchiano, invece risulta piacevole, escludendo Michele che fa il conservatore e non vuole mai cambiare stanza. Basta, abbandoniamo Beypazar alla ricerca di un fantomatico lago. Saliamo in macchina e andiamo come sempre dritti. I paesaggi hanno un che di Australia ma in miniatura. Arriviamo a un lago deserto, ci sono anche degli alberi, dentro l’acqua però.