Ankara- Alla ricerca dei nazar boncuk

Dio chiama attraverso i megafoni del minareto, una voce distorta biscica le vocali arabe. Sono seduta in un cortile nella vecchia Ulus. Un signore dal volto cotto dal sole, i capelli radi e i baffi folti di un grigio diforme lucida delle scarpe da uomo nere. è seduto su uno sgabello di plastica bianco e davanti a se ha la sua cassetta portatile in legno. Torna il cliente e, togliendosi le ciabatte di plastica blu, si ri-infila le scarpe nere e paga. l’uomo intanto ha altre due paia di scarpe su cui lavorare. Ha una giacca a vento blu amt e i pantaloni grigi, sul ginocchio destro tiene una pezza di stoffa rossa, dai ricami neri, sulla quale poggia la scarpa.

Gli uccelli cantano, un frastuono che copre il borbottio delle donne e degli uomini.

Il ragazzo del cay (té) corre tra i tavoli con i bicchierini a tulipano tra le mani. I tavoli sono giallo fosforescenti e pubblicizzano la limonata Uludag. Una bandiera del Galata Saray (squadra di calcio turca che ha vinto il campionato la settimana scorsa) penzola dall’arco del primo piano con i sui colori giallo e rosso, le teste di leone e la mezza luna. I negozi del pian terreno vendono fiori finti, culle, fornelli a gas e valigie. Il gioco di legno a dadi piccoli come perle e pedine da dama schioccola a ritmi alterni nei tavoli vicino al mio, così come il nome di Dio si alterna tra le labbra dei giocatori. Un’autoradio sospesa tra i tiranti del tendone del bar è collegata tramite tanti, troppi,  cavi alle casse,  esse sono coperte da un velo di plastica gialla. Trasmette  pop turco, orientale, ritmato, che parla di qualche donna amata, forse lontana. Il tavolo dei giocatori si allarga, ora sono in sei a giocare, a coppie. Fumano e bevono cay. Il cortile è  frequentato principalmente da uomini, le donne comprano e vanno. Anche io vado, ho finito il mio secondo cay, prima che il garson se ne accorga e torni con un terzo. Tra i garson uno, in maglietta rosa e la pelle olivastra, non avrà tredici anni. Vado alla ricerca dei locum che ho promesso a Paola, vaniglia e mandorla.

Panino con le acciughe fritte da “cino kokorec”, fuori dal mercato. Si sente battere i coltelli curvi sui taglieri dove gli intestini di capra arrostiti vengono battuti insieme alle verdure. La ragazza velata con scialle floreale entra ed esce dalle due porte del locale, ha il viso chiaro e sicuro, un’altra ragazza dai capelli lunghi e neri corre  per ordinare altri panini di kokorec. Davanti a me ho il mio mezzo panino avvoltolato in un tovagliolo di carta decorato con occhi azzurri scaccia malocchio (nazar boncuk), una bottiglietta di vetri di Nigde gazozu aspetta di essere bevuta. Aspetta e spera, è la cosa più schifosa che abbia mai bevuto. Al battito dei coltelli si somma il grido per attirare i clienti, alto, acuto che ripete non so quale filastrocca incomprensibile. A Ulus tutti urlano per venderti qualcosa: “Buruburuburu!”.

Sabato abbiamo fatto colazione con una nuova amica turca e la sua famiglia, li ha conosciuti Paola a Istanbul, li hanno aiutati dopo che un cane aveva morso Ivo. Contattati via mail abbiamo scoperto di essere vicini di casa. Mi ha confermato che il fruttivendolo sotto casa mia è caro e ha la roba cattiva (allora non voleva fregare solo me perché sono una yabangi). Anche lei viene a fare la spesa a Ulus, dove tutto e più buono e costa meno.

Ma dal fruttivendolo sotto casa qualche volta ci devo andare. Per le buone relazioni di vicinato. ‘E così bello ora che tutti mi salutano per la strada che da casa va all’asilo di Michele, tutti salutano, chiedono del bambino e ci si sente a casa.

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3 thoughts on “Ankara- Alla ricerca dei nazar boncuk

    • Hai ragione, l’ho scritto con il lettore per i-book e non ha un programma di scrittura buono. Devo ricordarmi di fare il controllo ortografico prima di pubblicare. Correggo. Grazie. Aria

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