FEMMINISMO A SCUOLA

Mi rifiuto di fare questo esercizio. La povera Seda, la mia insegnante, mi guarda perplessa. Sul libro di turco c’è uno di quegli stupidi esercizi sulle fortune di essere uomo o donna.

L’UOMO                                                                                   LA DONNA

Interessante                                                               Bella

Può aprire facilmente i barattoli                                Può cucinare da sola

Può girare senza borsa                                            Può avere scarpe coi tacchi da 10 cm

Se c’è caldo può girare senza camicia                   Da bambina non viene fotografata nuda

Può mangiare senza pensare alla dieta                  Può nascondere i brufoli col trucco

Gli basta una rosa per dichiararsi                           Non russa

Gli bastano telefonate da 30 secondi                     Entra facilmente ovunque

Ha solo due paia di scarpe                                   Trova facilmente le calze(mette in ordine)

Il parrucchiere costa poco                                     Dietro ogni uomo c’è una grande donna

Si rasa, si veste ed esce in 10 minuti                     Si ricorda gli anniversari

Non si trucca                                                          Può piangere al cinema

Può girare da solo la sera tardi                              E… può diventare mamma!!!!

A gettare benzina sul fuoco c’erano i compagniucci maschi dalla Siria, dall’Irak e dalla Palestina. Ma la cosa che mi ha più sconvolto è stata proprio Seda, una ragazza emancipata, che ha iniziato facendo una bella premessa sull’importanza dell’ugualianza di diritti tra uomo e donna e poi… la cosa più importante per una donna è diventare mamma!!!

Tamam, ok, è importante, per me la maternità è stata una rivelazione  perché mi ha fatto riconoscere nell’altra metà del cielo, mi ha aperto gli occhi sull’illusione dell’uguaglianza dei sessi ecc… ma da qua a… provo a dire che anche gli uomini diventano padri ma mi guardano come se dicessi che i marziani amano ballare la salsa. E sono l’unica mamma in classe.

Sono le dieci, tenefüs var, c’è la pausa, saliamo in caffetteria. I maschi della classe mi aprono la porta, mi fanno passare per prima, mi offrono il çay, mi offrono la sedia per farmi sedere e se non ne trovano un’altra restano in piedi. Provo a rifiutarmi, mi continuano a guardare con l’espressione: ecco quella dei marziani. Otur! E siediti!  Provo a rilanciare il discorso in pausa dicendo che anche agli uomini possono succedere cose brutte per la strada la notte. Dai loro sguardi deduco che la marziana sono io.

E ripenso a una frase che ho sentito varie volte e da persone diverse qui in Turchia: “I figli sono la mia missione”, “la tua missione è tuo figlio”… pensavo di capire male o che nel linguaggio semplificato che uso volesse dire che ho a cuore l’educazione del mio bambino. Mi sa di no, mi sa che volevano proprio dire che la missione di una donna sono i figli.

In realtà mi sembra di parlare con la nonna Maria, che per i suoi 90 anni è una donna molto liberale.

Ho la sensazione che manchi qualcosa nella storia di queste persone, uomini o donne che siano, manchino gli anni ’70, il femminismo, la rivoluzione sessuale.

Finisco il mio çay, mi alzo, mi aprono la porta, aspettano che esca per prima, provo a rifiutarmi, non si smuovono, mi tocca cedere per non essere maleducata.

E non è perché sono musulmani, i turchi, per la disperazione del palestinese, sono integralisti quanto un italiano medio.

W il femminismo. E noi che ci vergogniamo quasi di questa parola, non sapendo quanto è bella e importante e ci abbia cambiato, anche chi non lo sa, anche chi non è d’accordo o chi non era nato.

W la/il femminista che è il contrario del maschilista così come l’ecologista è il contrario di inquinante, pacifista di guerrafondaio, il sapiente dello stolto ecc…

Due correzioni: Il mio compagno africano è Angolano e non Congolese.

Con i miei compagni maschi si parla più di soldi che di politica.

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AMASRA- SPIAGGIA DI ÇAKRAZ- NEBBIA DAL MARE

Una donna anziana, grassa, velata con il fazzoletto delle contadine, vestitone azzurro a piccoli fiori gialli fino ai piedi, abbandona le ciabatte vicino alla sdraio. Due nipoti la sorreggono e una terza le gira attorno. Le unghie dei piedi della vecchia sono smaltate di rosso. La prima nipote è fazzolettata, in tuta nera integrale, la seconda nipote è in jeans corti e maglietta, la terza in costume.

Entrano tutte e quattro nell’acqua fredda, fanno sedere la nonna in modo che il mare le arrivi in vita. Lei ride, demente sgambetta, poi si copre le gambe. Il vestito si gonfia d’acqua. Un nipotino le gira attorno. Le nipoti entrano in acqua e il grado di svestizione determina la loro capacità acquatica. La nonna rimane lì, a giocare con le onde che le fanno i dispetti.

Michele le corre dietro. Ha in mano una ciambella-salvagente. Di chi è? Una bambina bionda piange in maglietta e mutandine, deve essere la sua. Corro dietro al nano italico che, nonostante le gambe corte, corre come un diavolo. La bambina e il papà della bambina ci inseguono, la sento piangere e il padre consolarla. Finalmente prendo la ciambella e la restituisco alla piccola, poi mi avvicino al padre per scusarmi. Il padre, un uomo pelato e cicciotto, si guarda i piedi. Più mi avvicino più si allontana, senza però voltarmi le spalle. Ok, mio figlio sarà stato dispettoso ma sono bambini… si avvicina la moglie, una ragazza giovane, completamente vestita e completamente bagnata. Senza velo. Lui la guarda con gratitudine. Non mi guardava perché sono donna? Mi arrabbio così tanto che non rinnovo le scuse alla moglie. Attenta Arianna alla “Fallacite”…

Il giorno dopo a colazione il pelato cicciotto mi guarda negli occhi, gli sorrido, mi sorride, mi giro e vedo Enrico. Intanto il mare è coperto di nebbia, vicino alla riva una barca di pescatori ritira le reti, li intravedo attraverso il vapore acqueo. I costumi di ieri non si sono ancora asciugati.

Ankara-Pasta al pesto

Nella valigia ho portato di contrabbando anche cinque vasetti di pesto Novella. Subito ne ho congelato una parte e ora è arrivato il momento di tirarli fuori. Abbiamo invitato Orkun e Mughe; i nostri vicini turchi con il figlio Deniz, (coloro che hanno salvato Ivo a Istanbul dopo che era stato morso da un cane); e due colleghi italiani di Enrico che parlano meno inglese di me.

Pasta al pesto e di secondo?

Enrico sogna il polpo alla sassarese e quindi ci mettiamo in macchina per andarlo a cercare. Incredibile ma vero: ad Ankara chiudono tutte le pescherie appena arriva il caldo (e che caldo!) e rimangono chiuse da giugno a settembre compresi. Girando girando finiamo immancabilmente in un centro commerciale dove non troviamo il polpo ma troviamo dei calamari.

Di secondo calamari ripieni quindi, poi,  come dolce, crostata di fragole.

Arrivano gli ospiti, Orkun e Mughe hanno portato i baklava, i più buoni di Ankara, dicono.

Gli italiani la viennetta e i vicini turchi un vaso i cui fiori sono delle fette di frutta ricoperte di cioccolato. Apriamo una bottiglia di limoncello che finisce nel giro di un paio d’ore. Non per bocca degli italiani, posso dirlo?

Questi turchi bianchi mangiano il salame italiano, bevono vino (il vino che ho portato di contrabbando dal Piemonte) e mi chiedono che ne penso dell’imam che canta cinque volte al giorno. Che scandisce il tempo, che devo dire, anche noi abbiamo i campanili. Mi guardano perplessi. Credo proprio che non abbiano idea di che paese sia l’Italia e che potere abbia la chiesa in casa nostra.

Ankara- Cene e veleni

Venerdì sera siamo invitati a cena da un collega di Enrico: Erol.

Natasha, la moglie russa di Erol ci ha preparato una tipica cena turca con dolma (ripieni) e tavuk (gallina). Lei è un’insegnante di inglese più o meno della nostra età, bionda e rubiconda, dal viso aperto e sempre intenta a fare qualcosa. Appena arrivata le chiedo se posso aiutarla ma lei mi risponde che ha le figlie che l’aiutano. Naturalmente non è vero perché i tre figli turco-russi hanno altro a cui pensare: Il grande esce subito dopo cena e quando torna ben si guarda di ascoltare le preghiere del padre che vorrebbe che suonasse la chitarra per gli ospiti; la mediana ha quattordici anni e passa la cena a guardare il telefono sotto il tavolo e il dopo cena al computer, come tutte le adolescenti del mondo (quelle che non lavorano e non devono diventare grandi anzi tempo, beninteso). Poi c’è la piccola di cinque anni che gioca con Michele e le busca per tutta la sera. Ogni mezz’ora un pianto perché Michele le ha procurato qualche livido o le ha rubato qualche gioco. Provo a sgridare Michele ma Erol mi ferma, fa le carezze a Michele e se lo mette sulle ginocchia. All’ennesimo strillo della piccola, cogliendo l’occasione che Erol si è appena versato del raki, vado in camera per sgridare uno e consolare l’altra. Il tempo di girarmi che sento un urlo di Enrico: “Guarda cosa fa tuo figlio”. Cosa vuoi che faccia, è qui dietro di me, l’ho sgridato e fammi consolare la piccola turco-russa.

Ma che cosa sta bevendo il nano italico? Il tempo di andargli davanti e mi sputa una sorsata di acquaragia quasi sul naso che finisce sulla sua camicia. Gli prendo la bottiglietta, trasparente e senza chiusura anti-bambino. lo porto subito in bagno, gli lavo la bocca e gli tolgo la camicia. Tutti i commensali entrano in bagno e a turno ognuno ha il rimedio giusto per l’intossicazione da acquaragia:

-Enrico gli dà da bere tre bicchieri di latte.

-Erol gli sfrega la bocca con il pomodoro

-Natascia chiama suo fratello medico nella profonda Russia (un posto dove nevica nove mesi l’anno) che gli dice di farlo vomitare, odorare il vomito e capire così se ha ingerito l’acquaragia o meno.

– Io cerco di chiamare i miei, non riuscendoci chiamo il centro anti-velono di Pisa che mi dice di portarlo in ospedale.

-Davide continua a bere seduto sl sofà.

Michele in tutto questo gira seminudo e continua a fare i dispetti alla piccola.

All’idea di portarlo in ospedale Erol è contrario: negli ospedali pubblici ci sono i religiosi che se vedono che abbiamo bevuto fanno storie. Nel frattempo dall’odore del vomito presupponiamo che non abbia bevuto l’acquaragia. I medici di Pisa hanno sottolineato l’importanza di far vedere il bimbo entro tre giorni per una possibile polmonite chimica da petrolio.

Michele ora combina dei terribili incidenti automobilistici con i camion giocattolo della piccola, con grande disperazione di quest’ultima perché ha paura che si rompano.

Davide continua a bere, questa volta sul divano del terrazzo.

Due giorni dopo chiamo un medico pediatra a casa, osculta il bambino e guarda la bottiglietta, controlla la bocca e chiede delle feci. Dichiara che il bimbo sta bene e di non preoccuparsi, nelle campagne i contadini danno l’acquaragia ai loro figli come antiparassitario. Non è un vero veleno, è solo del petrolio.

Racconto l’accaduto a una mamma turca e mi assicura che in Turchia è impossibile che alcun medico possa fare alcuna storia se i genitori hanno bevuto due bicchieri di vino, ed effettivamente Erol aveva bevuto Raki non vino.

NUOVA CLASSE

Ci sono un iracheno, un siriano e un palestinese. Entra la professoressa e gli parla del difficile problema internazionale, che neanche l’ONU è riuscito a risolvere: Cipro.

Naturalmente non c’erano solo loro, se no forse la professoressa si sarebbe accorta della gaf, c’era anche un congolese. E poi io e la bella Giulia da Mosca.

Il siriano vorrebbe sapere da Giulia cosa ne pensa della guerra in Siria ma Giulia non legge i giornali.

Chiedo al signore congolese perché è qui, lui strizza l’occhio agli altri maschi e dice: “Per sopravvivenza”.

La professoressa chiede al palestinese quanti abitanti ha la sua nazione, lui risponde: “Dieci milioni”, la professoressa ribatte: Pensavo che Israele fosse più grande.

L’iracheno mi spiega che se fosse un buon musulmano non potrebbe parlarmi ma neanche vedere la televisione.

Il palestinese mi dice che anche i cattolici hanno le donne velate: nello stato vaticano. Provo a spiegargli che quelle si chiamano suore e sono le spose di Dio, ma lui mi risponde che Dio non si sposa.

Giulia dice che se avrà un figlio maschio lo farà educare dal padre musulmano ma se avrà una figlia femmina la battezzerà.

Allah Allah, non fanno altro che pronunciare il nome di Dio, anche quando gli cade una penna a terra o vedono una bella ragazza e per me, a cui il secondo comandamento vieta di pronunciare il nome di dio invano, fa impressione.

Con l’arrivo dei maschi le discussioni in caffetteria sono diventate meno intimiste e si finisce sempre per parlare di politica, grazie a Dio, ma mi manca un po’ di calore femminile, di complicità. I discorsi con l’iracheno e il palestinese sulle donne velate poi non possono che farmi diventare seriamente intollerante, sarà stato il viaggio ad Istanbul, sarà la paura per il futuro, sarà il virus “Fallaci” che colpisce anche le persone più insospettabili.

PENDIK, FOTOGRAFIE DA UNA GITA RICOGNITIVA

Pendik non è Istanbul, o meglio è l’ultimo brandello di Istanbul.

Il lungo-mare è sempre quello che si dirama per chilometri, lo stesso mar di Marmara bagna i frangiflutti, gli stessi pescherecci approdano nei piccoli porticcioli e l’aria che si respira è la stessa di piazza Taksim ma forse non è Istanbul.

Sicuramente non è Ankara, dove oggi ci sono 40 gradi alle 9 del mattino, l’aria è immobile e lo sguardo si ferma sulle salite e le discese cementificate mentre un taksi mi vuole investire.

Prima fotografia:

Un gruppo di ragazze velate salta da uno scoglio all’altro, sono in sette, sei hanno gli impermeabili avvitati dai colori spenti e i veli dai colori accesi, una è tutta nera, da capo a piedi. Sembrano delle educande in gita.  Scendono dagli scogli, una ragazza compra dei ceci tostati da un signore con un carretto, le ragazze continuano a camminare e ridere con il vento tra i veli.  Sugli scogli una striscia di palloncini colorati è appesa tra due bastoni e un ragazzo con in mano un fucile ad aria compressa aspetta che qualcuno voglia sparare e far scoppiare i palloncini. Infondo alla strada un ragazzo, alto e scuro come quello del fucile, si aggira con in spalla un palo di legno grande come la croce di Cristo; sul palo, conficcati come spine, ci sono dei bastoncini di zucchero a velo rosa, ognuno stretto nella sua plastica trasparente. Più avanti, seduti sul gradino che divide la passeggiata dagli scogli, due ragazzi strappano delle piccole nuvole rosa zuccherate dallo stesso bastoncino, lei è  velata.

Seconda fotografia:

Nave traghetto che unisce Istanbul Occidentale da Istanbul Orientale, Michele vuole vedere il mare, o meglio vuole vedere una bimba bionda di circa tre anni tutta vestita di bianco che guarda il mare. Lo siedo vicino mettendo a rischio la sua stessa vita ( come del resto la mamma turca ha fatto con la bimba bionda di bianco vestita). La mamma turca sembra molto giovane, dalla pelle e gli occhi chiari, completamente avvolta in un vestito da suora felliniana di color grigio che non fa uscire un centimetro di pelle che non sia il viso e le mani (orecchie e collo esclusi). Michele prova il suo approccio standard con la piccola bionda di bianco vestita parlandole nella sua lingua inventata. La mamma turca vuole portare via la bambina dicendole: “Erkek” (è un maschio) come se questo potesse convincerla, la bambina non vuole scendere, arriva il padre e la fa scendere. Io e Michele rimaniamo a guardare il mare ( tenendolo forte e ripetendogli che è pericoloso), alla fine riesco a farlo scendere dicendo che dobbiamo andare dal babbo. Mi giro e il papà, la mamma intabarrata di grigio, la bimba di bianco vestita e i suoi due fratelli ci stanno dietro, a tre metri di distanza e guardano noi che guardavamo il mare.

Terza fotografia:

Giardini delle rose, ci siamo fermati qua per non doverci portare in giro per Istanbul Michele e la valigia, con la speranza vana che Michele dorma un po’. Col piffero, scappa da una parte all’altra, spesso piagnucolando. A un certo punto se ne va. Lascio Enrico sdraiato sull’erba con la valigia e il computer aperto per caricare il cellulare e mi metto a inseguire mio figlio. Michele si è già auto-invitato a un pik-nik. un uomo gli offre il suo bicchiere di coca-cola, un pezzo di simit e delle patatine. Prima che riesco ad arrivare Michele salta già sul vecchio nonno che, abbandonata la carrozzina, fa saltare il nano malefico italico sulla sua pancia. Vado a riprenderlo e mi offrono la coca-cola e la simit e non riesco ad andarmene, alla fine dico in italiano a Michele che se non viene via subito lo abbandono e finirà in un orfanotrofio turco dove nessuno gli vorrà bene, mentre lo dico sorrido e gli tolgo il cappello del nonnino dalla testa. Caro Michele, questo post potrai farlo leggere al tuo analista ma digli, ti prego, che in quella sola giornata eri riuscito a scroccare: due simit, un pasticcino all’albicocca (e mi hai anche sputato in mano l’albicocca sciroppata), una cozza ripiena di riso, una castagna, delle patatine, delle gomme all’anguria e alla fragola, la coca-cola.

RITORNO A CASA

Pasta al pesto e prosciutto crudo col melone.

I bambini guardano i cartoni e i grandi bevono vino in veranda. Ho portato una valigia di vino dal Piemonte (5lt in busta sottovuoto “imbottigliato” all’origine) ma, dopo i salti che gli addetti dell’aeroporto gli avranno fatto fare, credo che non sia il caso di berlo almeno per un mese. La famiglia Dimandi partirà anche lei questa settimana, prima per una settimana in Antalia e poi per la Romania. Michele dice che Mattei andrà in Roma-sua.

Paul scopre che stiamo mangiando la pasta al pesto e richiede la sua parte ma ne mangia tanta che gli viene da vomitare. Parliamo sempre nel nostro mix di inglese-francese-italo-rumeno e non so ancora quanto mi mancherà Anne, la mia sola vera amica in terra ottomana.

In Italia sono riuscita a vedere quasi tutti, per poco, un assaggio di ogni amico, tutti belli i nostri amici, tutti veri. I primi tre giorni volevo raccontargli tutto di Ankara, della Turchia, come reduce da uno schok post-traumatico. Poi, piano piano, mi sono ripresa e mi sembrava di non essere mai partita. Mi mancava l’imam che canta alle 5 del pomeriggio. La sera stessa del mio arrivo a Genova mi sono comprata ricotta e prosciutto crudo, davanti all’Expo mi venivano le vertigini. Poi le vertigini sono passate. Michele è dovuto andare a dormire da Gaia per ricominciare ad essere normale. Poi siamo tornati a casa.

“Dov’è la nostra casa, mamma?”. Ora abitiamo ad Ankara, poi ad Istanbul ma la nostra casa di Genova è sempre lì che ci aspetta.

Il film di pesciolino Nemo finisce e i bambini iniziano a correre avanti in dietro per il corridoio, Anne ha paura che Paul si faccia male e domani noi dobbiamo partire per Istanbul. Sveglia alle 5 del mattino e quattro ore e rotte di viaggio. Bisogna decidere dove prendere la prossima casa, la prossima scuola. Il viaggio continua.