PENDIK, FOTOGRAFIE DA UNA GITA RICOGNITIVA

Pendik non è Istanbul, o meglio è l’ultimo brandello di Istanbul.

Il lungo-mare è sempre quello che si dirama per chilometri, lo stesso mar di Marmara bagna i frangiflutti, gli stessi pescherecci approdano nei piccoli porticcioli e l’aria che si respira è la stessa di piazza Taksim ma forse non è Istanbul.

Sicuramente non è Ankara, dove oggi ci sono 40 gradi alle 9 del mattino, l’aria è immobile e lo sguardo si ferma sulle salite e le discese cementificate mentre un taksi mi vuole investire.

Prima fotografia:

Un gruppo di ragazze velate salta da uno scoglio all’altro, sono in sette, sei hanno gli impermeabili avvitati dai colori spenti e i veli dai colori accesi, una è tutta nera, da capo a piedi. Sembrano delle educande in gita.  Scendono dagli scogli, una ragazza compra dei ceci tostati da un signore con un carretto, le ragazze continuano a camminare e ridere con il vento tra i veli.  Sugli scogli una striscia di palloncini colorati è appesa tra due bastoni e un ragazzo con in mano un fucile ad aria compressa aspetta che qualcuno voglia sparare e far scoppiare i palloncini. Infondo alla strada un ragazzo, alto e scuro come quello del fucile, si aggira con in spalla un palo di legno grande come la croce di Cristo; sul palo, conficcati come spine, ci sono dei bastoncini di zucchero a velo rosa, ognuno stretto nella sua plastica trasparente. Più avanti, seduti sul gradino che divide la passeggiata dagli scogli, due ragazzi strappano delle piccole nuvole rosa zuccherate dallo stesso bastoncino, lei è  velata.

Seconda fotografia:

Nave traghetto che unisce Istanbul Occidentale da Istanbul Orientale, Michele vuole vedere il mare, o meglio vuole vedere una bimba bionda di circa tre anni tutta vestita di bianco che guarda il mare. Lo siedo vicino mettendo a rischio la sua stessa vita ( come del resto la mamma turca ha fatto con la bimba bionda di bianco vestita). La mamma turca sembra molto giovane, dalla pelle e gli occhi chiari, completamente avvolta in un vestito da suora felliniana di color grigio che non fa uscire un centimetro di pelle che non sia il viso e le mani (orecchie e collo esclusi). Michele prova il suo approccio standard con la piccola bionda di bianco vestita parlandole nella sua lingua inventata. La mamma turca vuole portare via la bambina dicendole: “Erkek” (è un maschio) come se questo potesse convincerla, la bambina non vuole scendere, arriva il padre e la fa scendere. Io e Michele rimaniamo a guardare il mare ( tenendolo forte e ripetendogli che è pericoloso), alla fine riesco a farlo scendere dicendo che dobbiamo andare dal babbo. Mi giro e il papà, la mamma intabarrata di grigio, la bimba di bianco vestita e i suoi due fratelli ci stanno dietro, a tre metri di distanza e guardano noi che guardavamo il mare.

Terza fotografia:

Giardini delle rose, ci siamo fermati qua per non doverci portare in giro per Istanbul Michele e la valigia, con la speranza vana che Michele dorma un po’. Col piffero, scappa da una parte all’altra, spesso piagnucolando. A un certo punto se ne va. Lascio Enrico sdraiato sull’erba con la valigia e il computer aperto per caricare il cellulare e mi metto a inseguire mio figlio. Michele si è già auto-invitato a un pik-nik. un uomo gli offre il suo bicchiere di coca-cola, un pezzo di simit e delle patatine. Prima che riesco ad arrivare Michele salta già sul vecchio nonno che, abbandonata la carrozzina, fa saltare il nano malefico italico sulla sua pancia. Vado a riprenderlo e mi offrono la coca-cola e la simit e non riesco ad andarmene, alla fine dico in italiano a Michele che se non viene via subito lo abbandono e finirà in un orfanotrofio turco dove nessuno gli vorrà bene, mentre lo dico sorrido e gli tolgo il cappello del nonnino dalla testa. Caro Michele, questo post potrai farlo leggere al tuo analista ma digli, ti prego, che in quella sola giornata eri riuscito a scroccare: due simit, un pasticcino all’albicocca (e mi hai anche sputato in mano l’albicocca sciroppata), una cozza ripiena di riso, una castagna, delle patatine, delle gomme all’anguria e alla fragola, la coca-cola.

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