Ankara- Cene e veleni

Venerdì sera siamo invitati a cena da un collega di Enrico: Erol.

Natasha, la moglie russa di Erol ci ha preparato una tipica cena turca con dolma (ripieni) e tavuk (gallina). Lei è un’insegnante di inglese più o meno della nostra età, bionda e rubiconda, dal viso aperto e sempre intenta a fare qualcosa. Appena arrivata le chiedo se posso aiutarla ma lei mi risponde che ha le figlie che l’aiutano. Naturalmente non è vero perché i tre figli turco-russi hanno altro a cui pensare: Il grande esce subito dopo cena e quando torna ben si guarda di ascoltare le preghiere del padre che vorrebbe che suonasse la chitarra per gli ospiti; la mediana ha quattordici anni e passa la cena a guardare il telefono sotto il tavolo e il dopo cena al computer, come tutte le adolescenti del mondo (quelle che non lavorano e non devono diventare grandi anzi tempo, beninteso). Poi c’è la piccola di cinque anni che gioca con Michele e le busca per tutta la sera. Ogni mezz’ora un pianto perché Michele le ha procurato qualche livido o le ha rubato qualche gioco. Provo a sgridare Michele ma Erol mi ferma, fa le carezze a Michele e se lo mette sulle ginocchia. All’ennesimo strillo della piccola, cogliendo l’occasione che Erol si è appena versato del raki, vado in camera per sgridare uno e consolare l’altra. Il tempo di girarmi che sento un urlo di Enrico: “Guarda cosa fa tuo figlio”. Cosa vuoi che faccia, è qui dietro di me, l’ho sgridato e fammi consolare la piccola turco-russa.

Ma che cosa sta bevendo il nano italico? Il tempo di andargli davanti e mi sputa una sorsata di acquaragia quasi sul naso che finisce sulla sua camicia. Gli prendo la bottiglietta, trasparente e senza chiusura anti-bambino. lo porto subito in bagno, gli lavo la bocca e gli tolgo la camicia. Tutti i commensali entrano in bagno e a turno ognuno ha il rimedio giusto per l’intossicazione da acquaragia:

-Enrico gli dà da bere tre bicchieri di latte.

-Erol gli sfrega la bocca con il pomodoro

-Natascia chiama suo fratello medico nella profonda Russia (un posto dove nevica nove mesi l’anno) che gli dice di farlo vomitare, odorare il vomito e capire così se ha ingerito l’acquaragia o meno.

– Io cerco di chiamare i miei, non riuscendoci chiamo il centro anti-velono di Pisa che mi dice di portarlo in ospedale.

-Davide continua a bere seduto sl sofà.

Michele in tutto questo gira seminudo e continua a fare i dispetti alla piccola.

All’idea di portarlo in ospedale Erol è contrario: negli ospedali pubblici ci sono i religiosi che se vedono che abbiamo bevuto fanno storie. Nel frattempo dall’odore del vomito presupponiamo che non abbia bevuto l’acquaragia. I medici di Pisa hanno sottolineato l’importanza di far vedere il bimbo entro tre giorni per una possibile polmonite chimica da petrolio.

Michele ora combina dei terribili incidenti automobilistici con i camion giocattolo della piccola, con grande disperazione di quest’ultima perché ha paura che si rompano.

Davide continua a bere, questa volta sul divano del terrazzo.

Due giorni dopo chiamo un medico pediatra a casa, osculta il bambino e guarda la bottiglietta, controlla la bocca e chiede delle feci. Dichiara che il bimbo sta bene e di non preoccuparsi, nelle campagne i contadini danno l’acquaragia ai loro figli come antiparassitario. Non è un vero veleno, è solo del petrolio.

Racconto l’accaduto a una mamma turca e mi assicura che in Turchia è impossibile che alcun medico possa fare alcuna storia se i genitori hanno bevuto due bicchieri di vino, ed effettivamente Erol aveva bevuto Raki non vino.

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