23 temmuz 2012

Abbiamo affittato il tuo cuore

E me ne dispiace

Il bollettino della precarietà infetta il nostro pane

E nel poco tempo che riusciamo a raccogliere

Piantiamo semi

Vogliamo far crescere una foresta

Dove le tue mani possano tornare a dipingere.

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-Discide

Se qualcuno dovesse mai sognarsi di invidiare questa folle vita in terra ottomana sappia che nei due mesi in cui ho vissuto senza il mio apparecchio notturno che preserva i denti dal digrignamento, sono riuscita a spaccarmi entrambi i molari inferiori. Uno da una parte e uno dall’altra. In questi mesi nutrivo il sospetto che qualcosa non andasse nella mia bocca, sanguinamento delle gengive, dolore a volte acuto ma mi sono semplicemente comprata un colluttorio. Arrivata in Italia mi sono dimenticata di andare dal dentista, ripartita me ne sono ricordata ma la paura mi ha fatto trascinare dolorosamente per un altro mese. Quando mangiare è diventato una tortura, pulirmi i denti anche e si avvicinava il fine settimana (se un dolore ai denti deve scoppiare, scoppia sempre di venerdì o sabato notte) ho preso il coraggio e ho chiamato il dentista di Anne. Per fortuna che c’era Anne con me perché io non riuscivo neanche a prendere l’appuntamento. Il problema è il turco o la paura del dentista? Fatto sta che ora sono qui, con mezz’ora di anticipo, nella sala di un dentista che parla solo turco e con un acquario con al posto delle pietre un dente gigante. Mi sono preparata il mio vocabolarietto specifico per spiegare problemi presenti e futuri: dolore, sangue, apparecchio per i denti sbagliato in infanzia, paura. Burun, si accomodi. Una signorina completamente piatta e inespressiva mi fa accomodare sulla poltrona del dentista. Il dentista si lava le mani, si mette i guanti e inizia a domandarmi che c’è che non va. Ha gli occhiali come tutti i dentisti che conosco, i capelli ricci ed è molto paziente con me ed incredibilmente brusco con la signorina piatta e inespressiva. Come tutti i dentisti con le proprie assistenti, del resto. ‘E molto attento all’igene, il che mi tranquillizza. Mi fa la panoramica e scopre la rottura dei due molari, questo ha provocato un infezione alle gengive e da una parte forse anche la necessità di devitalizzare un dente. Io inizio a disperarmi e lui a consolarmi, sempre in turco.

Povero dentista, quando tira fuori la siringa mi faccio forza e apro la bocca. Subito dopo sbianco e rivolto gli occhi all’indietro, divento fredda e ho un conato. Il dentista si alza di scatto preoccupato e mi parla in turco. Cerco di riprendere possesso delle mie facoltà per tranquillizzarlo. “Tutto bene, ho solo paura degli aghi, non sono allergica”. Mi guarda sospettoso. “Se è possibile la prossima restrutturazione la facciamo senza anestesia, eh?” Mi guarda sempre più stralunito ma accetta. Riesce a salvarmi il dente e a farmi l’altra oturazione senza anestesia. Naturalmente fa un male bestiale ma mettiamo a segno una serie di codici gestuali per poter comunicare: Si fermi, fa male ma può continuare ecc…

Finiamo e prendo appuntamento anche per Enrico. Totale per due pulizie, due oturazioni e due radiografie: meno di 200 euro e in più a regalato a Michele tre libri su Eyulul che si lava i denti, scritti dal nostro dentista per la figlia quando era piccola.

A cena da Orkun e Mughe

In un sacchetto di plastica fatto apposta per il forno Mughe ci cuoce cosce di pollo, pomodori e patate. Un riso con alcuni chicchi tostati accompagnano il pollo nel piatto. Un’anatra d’argento offre un buon vino turco che il fratello di Orkun allunga con il succo alla pesca: “Oggi faccio lo spagnolo”, dice.

Da una bella ciotola di vetro Orkun si versa una pasta (dei fusilli per la precisione) condita con l’insalata russa e lo yogurt. Trascendendo dalla cucina italica è anche buona ma non provo ad aggiungerci il kechap come suggerisce Orkun. Per il dolce ci trasferiamo nella veranda, vista colline dorate dell’inizio del deserto di Ankara.

“Qui fra qualche anno sarà tutto costruito”, assicurano i Turchi e Mughe arriva con delle enormi coppe di budino al cioccolato ricoperto di gelato, il terribile gelato turco di latte di capra, elastico come un mash mellow,  poi ancora una gazzosa al caffé e i baklava.

Michele si sveglia e mangia tutte le cose dette prima (vino e gazzosa al caffé esclusi) assieme. Poi usciamo e andiamo in un parco a giocare. Si fa buio e io e Mughe continuiamo a parlare in uno strano slang turco inglese. Uno slang per colpa mia ben inteso, lei l’inglese lo sa benissimo.

-14 Luglio all’ambasciata di Francia in Turchia

-Siete italiani?

Da cosa se ne sarà accorto? Dal fatto che sono l’unica che urla in tutto il supermercato contro il figlio oppure dal contenuto delle urla? Michele si ostina a voler comprare un succo della Nestlé mentre io provo a convincerlo a comprare uno stesso succo ma di un’altra marca (sicuramente una sottomarca della stessa Nestlé). Provo anche con il due per uno ma Michele si ostina a volere il coniglietto multinazionale. Provo anche a parlargli dei bambini africani avvelenati dal latte in polvere quando questo sconosciuto mi chiede: -Siete italiani? Sto’ cercando la noce moscata, sapete dove si trova?

-Non c’è la noce moscata allo Yulnus, la vendono solo nelle drogherie.

-Ma devo fare la besciamella per la pasta al forno di stasera

-Allora vieni a casa mia che te la dò io, d’altra parte se non ci aiutiamo tra di noi italiani e poi non puoi fare la besciamella senza noce moscata.

Mentre saliamo le scale verso casa mi racconta che in realtà è un italo francese che lavora all’ambasciata di Francia e per questo sabato stanno organizzando una festa con 250 kg di formaggi e salumi arrivati or ora ad Ankara.

Non so se è stato il mio sguardo quando a detto formaggi e salumi (il che vuol dire maiale e i formaggi saranno francesi) a intenerirlo ma mi ha offerto un invito per due. Grazie ma devo chiedere a mio marito…. e il giorno dopo sono già a comprarmi le scarpe.

Sabato andiamo accompagnati da Sava (Anne è a casa coi bambini).

Entriamo e una schiera di 6 persone ci accoglie, sono gli ufficiali, i vice ambasciatori e l’ambasciatore e l’ambasciatrice in persona. Sorridendo hanno stretto la mano a tutti i 1500 invitati alla festa. “Sembra quando in Sardegna si fanno le condoglianze”. Dice Enrico e non posso dargli torto.

Il giardino è stra-colmo di gente, una buona parte è in divisa e anche chi non lo è ha una faccia che racconta storie, non ho ben capito quali storie ma penso che esista un filone nella letteratura mondiale per queste facce da stranieri, stranieri ovunque vadano, forse anche a casa loro.

Un soldato è in piedi dietro 4 ufficiali, tiene in mano i loro 4 cappelli mentre questi parlano. I camerieri girano tra i tavoli con delle tartine, c’è un biglietto sul vassoio su cui è disegnato un maiale.

Il colore della pelle degli invitati è prevalentemente bianca anche se spiccano diversi ufficiali asiatici con tanto di cordone dorato, qualche africano con le donne in abito tradizionale e un’intera famiglia indiana, anche se nell’invito erano specificata la maggiore età.

Insieme a una soldatessa francese in abito bianco facciamo la fila per il buffé. Tutti abbiamo un momento di commozione davanti al maiale e al formaggio. Al centro troneggia un pericolosissimo formaggio corso quasi liquefatto contornato da fette di figatelli. Buoni i vini rossi. Dopo l’inno, i fuochi artificiali e i discorsi di circostanza turco-francesi la povera squadra di calcio francese viene fatta scendere dal palco. Sembra che tutti indossino un costume e appena parte la musica da discoteca non c’è più ombra di dubbio: siamo in un musical, dove se no dei graduati gallonati fanno il trenino a ritmo di musica latina e le soldatesse saltano ballando la Carrà remix?

“Ma io mi aspettavo un concerto di musica classica?” Povero Enrico, c’è rimasto male.

Finiamo con un Pastis mentre parlo con un giornalista  turco seduta su una panchina. I miei tacchi da venti affondano nell’erba.

Karacabey Hamami

La visita guidata nella città di Ankara che ho preparato per mia suocera prevede l’andata all’hamam almeno una volta a settimana. Di più penso che la nostra pelle possa subire escoriazioni dovute all’eccessivo strofinamento. Il primo hamam era il Șengül hamamy, un luogo iper ristrutturato  con le indicazioni in Turco e in Inglese, le signore dei massaggi sono sbrigative e ripetono troppo spesso la parola Yabanci (straniero) quando si riferiscono a noi. Un luogo poco intimo ma che da grande fiducia per quanto riguarda la pulizia.

Per la seconda esperienza andiamo al Karacabey hamami. Il luogo è altrettanto antico ma le tonalità del marmo virano sul verde e il giallo. Strane muffe ricoprono le stelle che filtrano la luce del sole incastonate sul soffitto. I lavandini in marmo e le elaborate rubinetterie sono nascoste da tende di plastica che dividono gli spazi. Bisogna tenere le mutande e girano anche donne vestite. Non c’è la sauna “Alemanna” e la sala massaggio è al centro dello stanzone, su un palco in marmo circolare. Arriva Emine, la mia massaggiatrice, mi stende sul marmo caldo e inizia a strofinarmi, piano piano le offro le tre nozioni che mi interessa che sappia: Sono straniera ma vivo ad Ankara, vado all’hamami regolarmente e quella con me è la mia Kaynana. A questo punto posso rilassarmi e smettere di parlare in turco, o provare a farlo. Emine mi rovescia quattro secchiate di acqua a dosso per pulirmi dalla mia pelle morta e inizia il massaggio. Nel Șengül hamamy offrono massaggi al kaffé, qui solo massaggi all’olio baby. Io non ho fatto nessuno dei due, solo il massaggio base, quello col sapone per il proibitivo prezzo di 5 lire. Emine inizia a cantare mentre i miei muscoli si sciolgono sotto le sue dita. Mi alza e abbassa gli arti, sposta la testa per favorire il riposo della colonna vertebrale, mi spiana con il suo avambraccio come fosse un mattarello. Poi prova a parlarmi. Non capisco. Scusa cara ma sono in un altro pianeta, non capisco quello che dici, puoi parlarmi quando torno sulla terra. Giuro che poi proverò a sforzarmi di capire il turco e anche a risponderti ma per ora fammi viaggiare ancora. Mi rovescia sulla schiena e mi massaggia fino alle palpebre e mi lava i capelli, i miei poveri capelli intossicati.

Credo proprio che il massaggio al kaffé del Șengül hamamy non lo proverò mai ma non vedo l’ora che finisca il Ramazan per provare il massaggio all’olio baby di Emine.

Henné nero, ovvero la mia disavventura con la parafenilendiammina (PPD)

“Pensavo di farmi un henné nero, perché non te lo fai anche tu? Io mi faccio l’Henné da anni perché non mi piacciono le tinte chimiche.”

Con queste frasi la mia Kaynana mi ha convinto a provare l’henné nero insieme a lei, sulla scatola un cesto di frutta e verdura e la scritta DOGAL, naturale. Devo rifarmi la tinta e, presa dalla nostalgia dell’henné che facevo con la mamma, accetto l’invito.

Mettiamo il bimbo a letto e iniziamo a fare l’intruglio. L’odore è quello giusto, il papocchio è sempre quello ma questo nero è incredibilmente tenace. Finita la suocera è il mio turno. Poi lavo il lavandino. Il colore non si toglie dalla porcellana. Non è possibile. Lascio il Cif a macerare sulle macchie e usciamo in terrazza a fumarci una sigaretta.

“L’henné nero naturale non esiste.”

Mi confessa la Kaynana.

E a quel punto mi ritornano alla memoria le parole di mio padre sull’Henné vietato in America perché tossico. Prendo la bustina degli ingredienti e trovo un solo nome sospetto: parafenilendiammina (PPD). Lo cerco su google e scopro i terribili effetti che può avere sulla cute, compreso lesioni gravi anche da ospedalizzare, oltre vari rischi di intossicazione e tumore.

Vado a lavarmi i capelli ripetendomi che le informazioni si cercano prima e non dopo averle fatte le cose.

I capelli scivolano nella vasca come in un film dell’orrore. Rimarrò calva. E ormai ne sono talmente certa che quando scopro che, nonostante tutto, ho ancora dei capelli in testa, sono quasi felice.

Dopo due settimane continuo a perdere i capelli ogni volta che li spazzolo ma la quantità diminuisce, così come diminuisce il prurito. Le macchie sul lavandino e sulla vasca sono scomparse.

Povera me mi sento come Glauce, figlia di Creonte, tanto stupida da indossare la ghirlanda che le darà fuoco.

Mia mamma mi ha promesso il miglio appena torno in Italia e io, d’ora in poi, farò solo terribili tinte chimiche certificate e sperimentate, se non su criceti,  non sulla mia testa.

P.S. Elisabetta non ha riportato alcun malessere dopo l’utilizzo della parafenilendiammina.

Dal pescivendolo

Siamo a Ulus in uno dei pochi pescivendoli che non ha chiuso per la calura estiva.

Alcune pescherie vendono, temporaneamente, frutta e verdura. Sono con Elisabetta, mia suocera, Salomon alla mano per pesarlo, pagarlo, farcelo pulire e sfilettare. C’è una coda di signore e signori che sgomitano per passare prima e saltare la fila, il negozio è pieno. Chiedo ad Elisabetta se, mentre aspetto, vuole andare a comprare il formaggio bianco e le olive nere nei negozi qua fuori. Mi dice: “Vai tu che io non so il turco.” Va bene, mi giro verso il cassiere e gli dico che esco a comprare delle altre cose ma lascio la mia Kaynana ad aspettare che il pesce venga pulito. Il cassiere mi sorride e mi dice di non preoccuparmi. Esco sapendo che tutte le signore della pescheria si saranno girate a guardare la mia Kaynana, qualcuna forse le avrà anche rivolto la parola e, prima che io abbia comprato il formaggio, i pesci saranno stati puliti.

“Perché hai detto che ero la tua Kaynana, mi hanno tutti guardato e la signora affianco a me si è messa a parlarmi in turco”.

“Sei mia suocera, è giusto che ti trattino con riguardo.” Le prendo il pesce dalla mano e ci dirigiamo verso il chiosco che vende panini con le acciughe fritte al momento.