Yeni Tomer

Ad Ankara è arrivato l’inverno senza passare dall’autunno. Solo qualche castagna caduta sul marciapiede ricordava che i 35 gradi erano destinati ad esaurirsi. Così è stato, in una notte le nuvole hanno sequestrato il sole e non l’hanno più fatto uscire. Da questa mattina piangono sulla loro cattiveria mentre le foglie tremano. In classe la mia bella quanto ottusa insegnante si lamenta e del tempo e del caro benzina, la fila delle barbie-russe china la testa in segno di assenso. Accanto Mariam, l’iraniana glaciale, di nero velata, punta i suoi occhi inespressivi. Solo un’americana e una -ekmenistan e qualcosa mi salva da questo freezer emozionale. Fuori dalle finestre Kizilay si agita per qualche nuova protesta ben guardata da un numero pari o superiore di soldati. Il ritmo degli slogan entra dalle finestre aperte per il puzzo di vernice che ancora impregna le pareti.

La scuola l’hanno aperta senza aver ultimato i lavori, il passamano per le scale ancora fresco di vernice, i bagni non ancora funzionanti, ho aperto una porta che dava su un pianerottolo senza balaustre, su un vuoto al quarto piano.

Su Ataturk bulevar una parata di macchine dalle lucine multicolori scorta qualche illustre politico, emettono un suono che avverte le altre macchine di farsi da parte. Tra i palazzi, in una via pedonale, la protesta per non si sa bene per cosa, (cok protesto var, bilmiyorum, dice la bella insegnante facendo scivolare i lunghi capelli castani oltre le spalle ) continua indisturbata.

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