Differenziatori.

Dei nostri 3 semi il primo è già seccato.

Dall’Odtu la risposta è stata finalmente no. Ora mi rimane solo la curiosità del perché abbiamo iniziato a parlare di questa cosa. Certo, tornerò ad Ankara a fine novembre per fare un piccolo laboratorio di teatro in italiano ai ragazzini del koleji e di questo sono molto grata a Katia, uno dei felici incontri fatti nella capitale. Con lei e la sua bella Ada, con Francesca e Noemi, con me e Michele abbiamo iniziato a fare i martedì pomeriggio in italiano per i nostri figli. Un bel percorso che mi vedo costretta a interrompere, come tutte le cose che intraprendo in questo periodo.

Subat, scrivo mentre guardo una serie tv turca ambientata a Istanbul che ha come protagonisti i diseredati, gli ultimi degli ultimi delle strade turche: i raccogli spazzatura, i differenziatori. Sono affascinanti nella loro estetica post-apocalittica, così distante dal volto trattenuto, composto e ipocrita che mostra la Signora (leggi Ankara).

Un’amica descriveva la moglie turca ideale: servizievole, che non urla, mai stanca e che vive in una casa piena di soprammobili con le tende perennemente chiuse.

Questi ragazzi invece battono le strade con degli enormi sacchi montati su due ruote. I sacchi sono di fibre di plastica, alti due metri che i ragazzi trascinano sulle spalle, sporchi. C’è chi raccoglie il vetro, chi la plastica, chi la carta, chi il ferro. I grossi sacchi vengono caricati su dei cammion a fine giornata per portarli a vendere nelle discariche. Alcuni raccoglitori sono giovanissimi, poco più che dei bambini cercano bottiglie di plastica nei cestini.

Subat sembra una favola dove questi esseri, non proprio umani, hanno sensi e movimenti diversi dai nostri. Un’altra specie a noi mescolata. Sono dei saltimbanchi, dei buffoni, degli spiriti.

Epici nella loro sventura e diversità.

I raccogli-spazzatura reali sono così sporchi, così giovani, così poveri che si preferisce sublimarli piuttosto che guardarli.

E forse la sublimazione è il primo modo per accettarne l’esistenza.

E penso al mio centro storico e alle notte in cui le prostitute nigeriane cantavano un’identica canzone a cinque metri di distanza le une dalle altre, appoggiate al muro o sedute sotto i portici di Caricamento. Una canzone non triste, cantata senza emozione, giusto per far passare il tempo tra un cliente e l’altro. Cantavano assieme ma ognuna di loro era sola in quella notte. Erano prostitute della tratta, il giorno dopo ne sarebbero giunte delle altre. Io camminavo verso casa fino a giungere al vicolo dove abitavamo. Vico Morchi 6/9.

Subat è terminato, è l’una di notte, devo ricordarmi di rallentare il respiro per cercare di addormentarmi.

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