Autobus per Istanbul.

Peron- marciapiede- numero 18.

Quattro pile di Hürriet formano un muro di carta. Sulla parte piú bassa siede un ragazzo corpulento che beve un cay. Altri uomini gli sono accanto. Tutti parlano, a un certo punto decidono di cambiare la disposizione dei quotidiani e il ragazzo col cay viene fatto spostare più volte. Sono le 10, vengono  chiuse le porte degli autobus, i passeggeri ritardatari si affrettano, le porte si riaprono, si richiudono. I ragazzi  che erano  attorno ai quotidiani  si mettono dietro a questi bestioni bianchi a fare segni per evitare che le decine di mezzi si scontrino. Coreografi di questa danza che ha come fondale la terra brulla tendente al bianco giallastro della steppa, interrotta solo da qualche grattacielo in cemento armato. In pochi minuti sono spariti, i ragazzi si ritirano sul marciapiede per dare spazio a una nuova armata di giganti. Entrano come giovani guerrieri, l’armatura bianca, i fianchi decorati con le insegne della compagnia di appartenenza. Si dispongono a lisca di pesce e aprono le loro pance, uno dopo l’altro, al ritmo di una musica nascosta. Un formicolio di umanità, ingombra  di bagagli, si accalca.

Ore 14:12

I passeggeri risalgono a bordo dopo la pausa pranzo all’autogrill.

Sull’autobus ci hanno offerto il giornale (ecco cosa serviva il muro di Hürriet), da bere, il nescaffé, i biscotti. Accanto a me una ragazza si sta guardando da tre ore le repliche delle serie tv turche su TRT1, io navigo su internet sfruttando il wi-fii. Il paesaggio si è riempito di alberi  dai colori autunnali. Il viaggio sarebbe piacevole se non ci fosse la signora di mezza età seduta davanti a me che cerca di reclinare il sedile sempre un po’ di più fino a che non mi incastra in un sarcofago. Non mi resta che piantargli le ginocchia nella schiena e dondolarla fino a farle venire il mal di mare. Si alza a sedere, raddrizza lo schienale, non del tutto però.

Ci fermiamo, il portellone dei bagagli si è aperto improvvisamente in mezzo alla strada? No è lo stuart che ha finito i cucchiaini di plastica e ferma il pullman per andarli a prendere nella stiva.

Istanbul, Enrico. Conto le ore che ancora ci dividono.

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