Ankara. Kuzu kokorec.

kokorecDue carretti in mezzo al marciapiede illuminati da una lampada a gas. Due macchine ferme con le luci e il riscaldamento acceso. Kokorec: Il rumore dei coltelli che battono sul tagliere, tarata tarata ta ta ta. Il pane e le polpette di capra che sfrigolano sui carboni ardenti.  L’altro carretto è pieno di midie dolma e limoni, acqua, ayran e cola. Tre ragazzi con la giacca nera confezionano i panini e aprono le cozze ripiene di riso, le annaffiano di limone.

Persino il carretto che vende intestini di capra arrostiti e cozze ripiene, ebbene si, questo sono i kuzu kokorec e le midi dolma, ha le sue salviette profumate personalizzate. Tornando verso casa di Francesco mi compro un paio di birre, le ultime comprate dall'”omino delle birre di Cevre sokak”: Merabalar!

Ankara-Process drama-Laboratorio teatrale in lingua Italiana

classe sestaStanza degli insegnanti ikinci dil, ovvero seconda lingua straniera. Qui è l’ODTU koleji, scuola materna, elementare, media e liceo nata per i figli dei professori del ODTU, prestigiosa università statale. Letteralmente vuol dire: Orta Doğu Teknik Üniversitesi, università tecnica del medio oriente. È qui che si formano gli ingegneri, i programmatori, i matematici ma anche gli architetti, i letterati e i filosofi della futura Turchia.

Il koleji nacque dal fatto che in Turchia le scuole pubbliche  sono molto affollate e le private care, la creazione di una scuola privata frequentata da figli dei professori universitari permette loro di dare una buona istruzione ai propri figli a prezzi dimezzati in quanto il fine della scuola non è il guadagno. Inoltre credo che sia una discreta goduria, se sei un insegnante universitario, nell’avere la possibilità di sperimentare e disciplinare tutte le fasi di istruzione di generazioni di futuri intellettuali, dall’asilo all’università.

I figli dei professori universitari pagano il 50% della retta e sono il 40% degli studenti, i figli degli insegnanti del Koleji non pagano e sono il 20% degli studenti e i privati pagano all’incirca 20  000 lire l’anno e rappresentano il restante 40%. Comunque e da qualunque famiglia provengano i ragazzi che hanno 10 in tutte le materie non pagano.

L’altra parte della medaglia è che se i ragazzi possono accedere a un insegnamento classe sestaprivilegiato i genitori sono legati da un doppio filo al loro lavoro: perdere il lavoro o cambiare facoltà significa perdere questo diritto a un istruzione privilegiata.

Entra in sala insegnanti la responsabile del dipartimento, entra senza salutare e apre la finestra facendo entrare il freddo glaciale. Come sempre le ho visto fare in questi tre giorni inizia a strigliare il primo  collaboratore che le capita sotto tiro per le motivazioni piú disparate, occhi al cielo e quando esce gli insegnanti iniziano a cucirle il cappotto, espressione genovese per indicare il pettegolezzo spinto verso una persona. Questa è l’altra parte della medaglia.  All’ODTU, come in tutta la Turchia, ogni cosa è regolamentata: i vestiti degli insegnanti e dei ragazzi, il taglio dei capelli, l’importanza del voto e degli esami.

I ragazzi hanno dieci ore di inglese la settimana più altre due ore di un’altra lingua straniera.

In questi tre giorni ho lavorato con Katia, una mia amica italiana e insegnante di italiano all’ODTU: ho tenuto sei lezioni di teatro in italiano con ragazzini di dieci, undici e dodici anni. Il loro livello di turco non andava oltre una presentazione stentata e io parlavo solo in italiano.

A essere sincera non ho notato grandi differenze con dei ragazzi della stessa età italiani, certo, parlavo più lentamente, non potevo raccontargli quella dell’uva ma il succo, gli esercizi teatrali, siamo riusciti a svolgerli come da programma e, alla fine della lezione, sono usciti “parlando” in italiano; ovvero la solita presentazione ma questa volta utilizzata da loro spontaneamente e con maggiore sicurezza, come materiale per esprimere anche classe sestaaltro. La lingua come mezzo e non fine a se stessa.

All’ODTU non avevamo stabilito un compenso, rientrava in uno di quei lavori svolti in previsione del nostro -ormai tramontato- futuro in Turchia. La scuola si è però premurata di lasciarmi un attestato che testimoniasse il lavoro svolto e cinque alberi. Si, coi soldi che la scuola non mi ha dato essa ha piantato cinque alberi nel Campus, così il mio lavoro, il mio teatro, farà crescere cinque alberi in Turchia, cinque alberi che contrasteranno il deserto anatolico. E speriamo che sia di buon auspicio e che anche il deserto lavorativo che mi sembra di vedere in Italia possa essere bonificato.

Volo TK 1308 Y

Ankara di notteForse questo è l’ultimo viaggio. In questo ultimo viaggio devo trovare il modo di elaborare il lutto per  questo progetto di vita e ritornare finalmente a casa.

Dal finestrino si vede una distesa di montagne nere nelle cui valli si insediano città che, da questa altezza, sembrano microchip connessi gli uni agli altri tramite strade, questa volta d’asfalto e non di rame.

Le nuvole scivolano sopra le montagne decorandole. Cielo a pecorelle acqua a catinelle, dice il detto. Dietro di me tre italiani in vacanza ad Istanbul parlano di un azienda che si occupa di cavalli. Tre hostess tinte di biondo, con la camicia bianca e il grembiule nero distribuiscono caffé o cay. Il sole fuori si riflette sulle nuvole che si sono addensate. Come posso resistere alla tentazione di deprimermi una volta tornata a casa? Non ci devo pensare, ora sto scappando dalla mamma Italia. Ma questo è il viaggio dell’addio non del ritorno. Perché devo tornare in Italia? Perché lì c’è chi amo. Il mio dialogo interiore, o meglio il mio litigio interiore, fa ridere una terza me.

Parlo in turco alle hostess che mi rispondono in inglese. Il dialogo dei tre italiani in vacanza si è spostato dai cavalli alla crisi. Fuori dal finestrino si estende una pianura di nuvole  belanti.

Abbiamo iniziato la discesa. Il sole, riflettendosi sulle nuvole,  crea arcobaleni. Istanbul là sotto ci aspetta. Il mare è increspato dalle onde, sotto le nuvole c’è buio, ora siamo avvolti da un spessa nube carica di pioggia. Le ali vibrano, in cabina c’è silenzio, nei rari squarci tra le nubi si intravvede un mare ogni volta più nero. Una scia bianca esce da un’ala. Siamo atterrati. Voglia di fumare.

Genova. Centro per l’impiego. Via Cesarea 14.

Sono il numero 148, in tutto un 70 per cento di italiani. Età varia, in generale facce depresse. La stanza è bianca, boiserie zabaione e porte dal colore indefinito (grigio verde azurro?) con un maniglione anti-panico. Una voce metallica chiama il numero 119, stanza 7. Gli impiegati volteggiano tra gli inoccupati e i disoccupati di Genova levante. Il pavimento è in graniglia detto “alla genovese”: migliaia di pietroline grigie, nere, gialle e rosse creano semplici disegni geometrici. Le sedie sono in plastica di color blu elettrico. Foglietti appesi con lo scotch annunciano in più lingue spot ipocriti: NON MOLLARE, si legge in uno, accompagnato da l’immagine di un ragazzo in abito nero che tira una fune con lo spettatore.

Credo che anche il mio volto si sia uniformato con quello della massa eterogenea “di color che stan sospesi”. Entra una donna con borsa Louis Vuitton e si avvicina alla macchinetta che emette i biglietti, sopra a questa c’è un cartello che avverte della : *CHIUSURA ANTICIPATA SPORTELLI*.

– Ma non c’ è un altro modo, magari on line? Esce per chiede al custode, colpevole di aver messo il cartello.

Dopo qualche minuto entra una donna dai riccioli neri, anche lei alla ricerca di un biglietto.

– Ma sono già finiti?

Nessuno risponde, qualcuno la guarda, io le sorrido alzando le spalle.

-Ma non è possibile! Grazie comunque.

E se ne va.

Solo due ragazzi marocchini continuano a ridere parlottando fra loro in italiano, annoiati quanto gli altri ma meno soli.

Continua la sfilata di chi vuole un biglietto, non  devono essere degli habitué della disoccupazione.

Sul vetro della porta 4 c’è un cartello che avverte: ATTENZIONE APERTURA PORTA. e in giallo TIRARE.

Sembra una porta normalissima, non particolarmente grande o pesante. Davanti una signora  mechata aspetta in piedi già da diverso tempo. I suoi vestiti sono bianchi e neri, così come la porta è bianca con la maniglia nera. La porta si apre, lei sorride verso l’interno e vi scompare.

ATTENZIONE APERTURA PORTA.

Genova. Chiesa di Pré.

Ore 9.40, i pescivendoli sono felici del mio ritorno. Nel bancone polpi iridescenti, calamari, triglie, pesci lama,cozze, vongole e ogni ben di Dio. Non c’è ressa, i clienti si susseguono. “Qui ogni giorno qualcuno perde il lavoro.”, “Hai portato il freddo”, mi sfottono perché oggi tira  un vento dall’odore di neve e io che mi lamentavo di Ankara…

Seconda visita: il formaggiaio che, insieme all’appena citato pescivendolo, rappresentano le attrazioni gastronomiche della via, quelle per cui pur provenendo da altri quartieri vale la pena  di avventurarsi nella casba. Il formaggiaio  e la sua collega solitamente sono asserragliati dietro il bancone e fronteggiano una fila di clienti che esce fino in strada. Oggi ci sono solo due persone. Posso permettermi di fare la fila per i miei tre etti di ricotta. Neanche a dirlo, la più buona di… ha aumentato la ricotta di un euro, da quattro a cinque euro al chilo in nove mesi. Va beh, per un euro sopravviverò. Mentre le due vecchiette si lamentano del freddo (scommetto che cinque giorni fa si lamentavano del caldo), entra una terza signora col bastone.

Di fronte al formaggiaio c’è la chiesa di Pré. Entro, la funzione delle dieci non è ancora finita. La chiesa è stata restaurata e, sotto una cupola affrescata, davanti a due candelabri dorati, il prete dice messa. A ogni pausa poggia il braccio sull’altare e si accascia, il volto nascosto. Rialza a fatica il viso, punta la mano e raddrizza la schiena. Gli occhi fissi in avanti, oltre la vecchia dai capelli bianchi in terza fila, l’unica che risponde, alla quale lui stesso aggiunge la sua voce, un monologo tra lui e lui stesso con voce di vecchia a coro. Nella fila di sinistra un’altra vecchia dai capelli tinti e un uomo completano il popolo dei fedeli. Rimango inginocchiata vicino all’acquasantiera.  Il prete di Pré mi vede. Me ne accorgo dal lieve guizzo di luce che passa nel suo sguardo. Poi ritorna al suo popolo riassunto in tre unità. Spezza l’eucarestia in cinque parti. Non riesce a finire il corpo di Cristo. Mangia gli avanzi, beve il vino. In chiesa entra la signora col bastone incontrata dal formaggiaio. Non gli interessa la messa, l’eucarestia, il prete e il popolo di Dio,  va dritta al santo di riferimento per accendere una candela. Il Prete di Pré finisce la messa. Il popolo di Dio si accinge a uscire dalla casa del padre, anche l’uomo ha i capelli tinti. Recupero la spesa ed esco.