Ufficio di madame Salma, commissariato di polizia di Sfax.

Medina

Medina

Madame parla concitata con un signore appena entrato, del discorso in arabo comprendo solo la parola “tunisina”.

Madame è vestita con una maglietta a righe arancione e bianca, sopra una giacca di maglina rosa antico. Ha un seno abbondante, una faccia tonda sorridente, capelli mechati doppiamente raccolti in un cerchietto a brillantini e una pinza in plastica bianca. Muove le mani, ride e non lascia parlare il signore in maglietta grigia. La scrivania è adornata da una tovaglia bianca con dei fiori ricamati multicolore: è piena di fogli, raccoglitori e scatole in legno con dentro cartoncini divisi da cartoni marroni o rosa un poco più alti.

E’ entrato un ragazzo di colore, nazionalità tubolese? (ma esiste??) Madame tira fuori una scatoletta rosa a fiori: ecco il permesso di soggiorno ma e passato troppo tempo, il tubolese ha cambiato residenza, bisogna pagare altri bolli, deve tornale. Madame Salma gli parla come se parlasse a un bambino discolo che non ha portato i compiti.

Sopra la sua testa, appeso a un chiodo, lì dove noi avremmo un crocifisso, c’è un mazzo di rose bianche, finte e polverose. Sotto, alla mia sinistra, una paginetta, stampata in azzurro, sull’importanza del sorriso e del sorridere; a fianco un altro foglio in arabo, non so se ne sia la traduzione o meno. Alla mia destra c’è l’armadio a muro, nell’anta aperta c’è una foto da passaporto appesa: ritrae un uomo dai capelli bianchi e la faccia seria. Guardo le altre foto sparpagliate sulla scrivania: noi siamo gli unici che sorridiamo.

Rimango lì due ore e passa: da che non riuscivamo a fare la residenza, piano piano tutto si è risolto magicamente, tra una chiacchera sulla situazione politica in Italia, le spiagge, il traffico, i nostri studi (lei ha studiato arabo classico, voleva fare l’insegnante ma poi ha vinto un concorso nella polizia), il portiere del nostro palazzo e la religione ( “Siamo tutti figli di Abramo e Dio è l’unico.” le rispondo sorridendo), ad ogni argomento una situazione si appianava (tuo marito non è riuscito ad avere una firma certificata, in comune? male… vediamo cosa si può fare… risolto). Alla fine dobbiamo aspettare tre mesi, Enrico deve uscire dal paese e rientrare il 22 di ottobre ma non far vedere che ha fatto richiesta di residenza (se no paga un bollo supplementare, mi dice). Comunque mi dà il suo numero di cellulare privato così che, se non ci dovessero essere nuove prima della nostra partenza per l’Italia, le possiamo dare un colpo di telefono.

Medina

Medina

Se tanto mi da tanto ci rimpatrieranno prima che arrivi la residenza. Ma dovremmo pagare l’Imu in Italia come seconda casa? Esisterà ancora l’Italia quando torneremo? Esco, occhiali da sole, scialle e camicia bianca a maniche lunghe. Fa troppo caldo.

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Terraglie e nero di seppia. Ovvero dei tabù alimentari.

Il nuovo servizio di piatti

Il nuovo servizio di piatti

Cammino tra le strade della medina alla  ricerca dei piatti per la cena di questa sera e non mi accorgo che si sono fatte le tre e mezza: da un megafono sopra la mia testa parte un acuto. Mi spavento. Addentrandomi tra le vie bianche e strette altri megafoni rispondono spargendo quel rumore basso e inquietante che si sente anche la notte. Questa città è silenziosa nonostante sia disordinata: rotoli di stoffa multicolore sono appoggiati alle pareti delle case, cassette ricolme di filo, rocchetti; fettucce, pizzi, nastri appesi alle porte; toppe e paillette sparse qua e là; la gente parla sottovoce camminando a due a due o è solitaria e silenziosa. I lunghi vestiti verdi, viola, ricamati in oro, bianco, arancione. I veli incrostati di brillantini e i vecchi col turbante. Scendo verso il mercato del pesce, il negozio delle stoviglie doveva essere da queste parti.

Questa mattina, appena sono arrivata al mercato del pesce, ho visto un ragazzo in pantaloncini che urlava: era salito sul cancello di una delle entrate del mercato, faceva segno di volersi buttare giù, di volersi uccidere con gli spunzoni del cancello, si doveva essere graffiato sul braccio salendo. Sotto una donna gli urlava di scendere, forse. Parlavano in arabo, lui faceva segno dei piccioli. Attorno si era formata una folla, chi col naso all’insù, chi a parlottare col vicino. Io, con i miei occhiali da sole taroccati e il mio scialle da travestimento sulle spalle, mi sentivo come la turista inglese fuori posto. Per fortuna nessuno se ne è accorto e sono scivolata verso un’altra entrata del mercato. Mentre compravo i totani, i gamberi e le seppie il ragazzo era ancora appollaiato sulla grata, cambiava posizione delle gambe, spostava il peso del corpo, si massaggiava il braccio. Ancora urla. Quando ho comprato le triglie è sceso. Poi sono entrata nella medina e ho cercato inutilmente il negozio di stoviglie, ero sicura che fosse qua, all’entrata della medina verso il mercato, il pesce che gocciolava e pesava nel sacco di plastica del Carrefur: un chilo di gamberi grossi e striati, totani così freschi che pulendoli mi sembrava di essere in acqua, seppie e triglie da fare fritte, insomma non più di quindici euro di pesce per più di tre chili di roba, e pane appena sfornato, melograni. Dopo un lungo e inutile vagare ho avuto pietà dei miei pesci e sono tornata a casa, dopo essere passata per tre volte davanti allo stesso forno ho trovato la via.

I nostri ospiti sono appena andati via, alla fine i piatti li ho trovati e sono tornata con un tassì. Inizialmente mi ero di nuovo persa, una ragazza mi è venuta incontro e, scambiandomi per tunisina, mi ha preso un manico della borsa e mi ha aiutato a portarla -è rimasta molto delusa quando le ho risposto in francese-, poi nessun tassì mi voleva caricare, ho posato nuovamente il sacco del Carrefur pieno di stoviglie a terra e ho atteso. Qualcosa è successo e un tassista che mi aveva rifiutato ha fatto segno ad un altro che ha chiamato un terzo che alla fine mi ha caricato. Siamo rimasti imbottigliati in una manifestazione contro il governo. Sono scesa e ho arrancato fino a casa con il mio servizio fatto a mano nuovo di zecca.

Il menù comprendeva un fritto misto, totani ripieni e un risotto con gamberi e nero di seppia. I tunisini non mangiano il nero di seppia: gli fa schifo, gli fa impressione, gli sembra di mangiare della cacca. Dei tre invitati solo uno è riuscito ad assaggiarlo, due forchettate. Un sospetto: non è che il nero di seppia lo mangiamo solo noi genovesi?

Polpi

Polpi

L’unica ragazza è una neo mamma che parla italiano, è cresciuta in Italia fino all’età di sette anni, mi ricorda i tanti compagniucci di Michele che sono arrivati e ripartiti. Ci scambiamo i numeri di telefono e il contatto Facebook. Per gioco del destino anche lei si chiama Hannah, come altre Anne, Anya, Anna che ho incontrato da quando sono diventata madre. Donne belle a cui voglio bene. Inshallah.

A casa della maestra di aerobica.

A scuola

A scuola

Patish patash – lunedì.
Due banchi, sette bambini che ricalcano delle linee su un quaderno. Due maestre che li correggono in arabo e francese: bravi, bene, più lenta! (E così dicendo fanno segno con le dita, lo stesso gesto che noi usiamo per dire “che vuoi?” e i turchi per dire “buono”, i tunisini lo usano per dire “piano”.)
Hanno quattro anni, le biro blu, il tavolo di destra inizia a cantare, la maestra dei piccoli li zittisce.
Mi soffio il naso e i bimbi si girano, le maestre ostentano indifferenza. Mi devo ricordare che qui è maleducazione, come mettersi le ditta nel naso.
Nella stanza col tappeto i piccoli imparano a memoria qualche poesia. Non è una poesia, è il Corano. Nella stanza con la lavagna Michele impara le lettere arabe.
Devo risoffiarmi il naso. Vado in bagno.
Cambio di classe, ora sono i quattro anni che ripetono il Libro e i tre anni ricalcano dei disegni con la biro. Una piccola vicino a me, tavolo di destra, è mancina e cambia in continuazione mano alla penna: quando le linee sono curve va con la sinistra, quando le linee diventano dritte si ricorda che deve usare la destra.
Il fratellino piange, un elettricista passa, -Anisti! Anisti!-, un fischietto suona, suonerie di cellulari delle anisti (maestre).

spiegazione della maestra di arabo

spiegazione della maestra di arabo

Salma, la anisti di aerobica, mi ha invitato a pranzo a casa sua. Usciamo dalla scuola, attraversiamo la strada- lei che mi spinge in avanti: camion, taxi, motoretta spolpata contromano, finalmente il marciapiede-, entriamo in una porta bianca mezza chiusa, un bugigattolo con un bancone con frittata, uovo fritto, salsicce, patatine fritte e una vecchia signora in camicie bianco che spalma Harrisa, cipolle e prezzemolo dentro una baguette, la riempie con una quantità di cose eccessiva e la infila in un sacchetto.

Tutto è scritto e interpretato esclusivamente in tunisino.

Usciamo con due sandwich giganti al prezzo di due dinari e iniziamo a camminare in mezzo alla polvere, disdegniamo i marciapiedi. Il sole di mezzogiorno si riflette sulle case e le strade bianche, parliamo in francese di Sfax, degli sfaxiani che amano il denaro, che lavorano sempre, dei supermercati, delle isole Kerkennah, delle spiagge della Tunisia. Intorno a noi polvere, polvere e ancora polvere, ma perché se ci sono i marciapiedi dobbiamo camminare in mezzo alla strada? Le macchine vanno in qualunque direzione, così come i pedoni.
Arriviamo in mezzo a delle case basse, entriamo in una casa senza porta, credo che ci sia una porta da qualche parte ma non l’ho vista. Un uomo mi saluta, è il padre, tra i cuscini, su un tappeto, c’è la madre. Andiamo in cucina, le pareti sono col cemento a vista, abbellito con delle ondine incise in ordine sparso. Sembrerebbe una casa modesta se non ci fosse un grande televisore al plasma davanti alla madre sui cuscini. Forse è solo amore per il tapullo*. Dividiamo i nostri panini in due, poi tre parti: per il padre, la madre, la sorella che è arrivata dal Gabon. Tutti restituiscono i piatti dopo qualche tempo sbocconcellati. Beviamo limonata presa da una grande tanica semi vuota. Salma mi offre un piatto di frutta, la sorella mi prepara una coppa di melograno, zucchero e acqua ai mille fiori. La mangiano divisa in due: io e Salma con lo stesso cucchiaino, la madre e la sorella in un’altra ciotola. Parliamo delle telenovele turche, del fidanzamento di Salma. La sposa ha quattro abiti e fa quattro feste per il matrimonio: il fidanzamento, il giorno del’henne, un altro per le cose legali forse, ho capito solo che l’abito è giallo, infine il matrimonio vero e proprio. Per fare le quattro feste ci vuole quasi un anno. Salma si sposerà il 14 giugno e mi ha invitato al matrimonio. Inshallah.

Si sveglia il figlio della sorella, ha venti giorni, la madre, ovvero la nonna del piccolo, fa segno di darmelo in braccio. È piccolo, gli tengo la testa. La sorella da quando siamo usciti dalla cucina si è velata. Perché? Chiedo.

Divisa scolastica

Divisa scolastica

“Mia sorella ha paura di morire investita da una macchina e dover comparire davanti a Dio senza velo.”

“E tu non credi in Dio?”

“Si, ma penso sempre di essere troppo giovane per morire.”

Io no, non penso di essere troppo giovane per morire, sopratutto a Sfax, sopratutto nel traffico di Sfax.

Torniamo all’asilo di Michele. Sole e polvere. Che Dio ce la mandi buona, Salma dice che è meglio prendere un taxi. Non so se è una fortuna. Da quando l’altro giorno io e Michele abbiamo avuto la disavventura con un tassista, tutte le volte che saliamo su un tassì, Michele dice: -quando facciamo l’incidente?  Oppure: -questo tassista ha la voce gentile mamma, non urla.

Arrivati a scuola un’altra anisti mi fa vedere le foto del fidanzamento, (“alla fine della festa ognuno è tornato a casa sua”, aggiunge) poi mi chiede del mio. Io non ho fatto il fidanzamento, sono andata a vivere con quello che poi è diventato mio marito, dopo qualche anno ci siamo sposati.

I primi compiti della carriera scolastica di Michele sono in arabo.

I primi compiti della carriera scolastica di Michele sono in arabo.

“E i tuoi genitori te l’hanno permesso?”

Mi guarda, poi alza le spalle e si mette a sgridare qualche bambino.

*Tapullo: è quando aggiusti una cosa con quello che hai, il risultato non è elegante ma funzionale e a basso costo.

taxisti e incidenti

giochi allo zoo

giochi allo zoo

Io e Michele siamo su un taxi, il tragitto che porta da scuola a casa dopo una intera giornata a non capire quasi nulla, a cercare di parlare francese mentre tutti parlano tunisino; il caldo, la sete, i bambini sudati. Il tassista ha una maglietta a mezze maniche e una sola manica destra lunga fissata con due elastici, dovrebbe essere bianca; il suo volto è abbronzato, i denti gialli; fuma in continuazione. La macchina è polverosa e la portiera di sinistra si chiude male per via della lamiera ammaccata. Non rispetta i semafori, gli stop, le precedenze; riesce a fumare, parlare al telefono, cambiare le marce e tenere il volante contemporaneamente. Un colpo e io e Michele sbattiamo contro il sedile davanti: è un motorino ci è venduto addosso. Il taxista urla qualcosa in arabo, esce dalla macchina. Il ragazzino si rialza, raccoglie la moto e scappa. Il taxista  risale sul taxi e continua la sua corsa. Arrivati al Taparura mi chiede 1 dinaro e 600. Gli do 20 dinari, sono gli unici soldi che ho. Il taxista mi rivolge la parola per la prima volta, in arabo, grida. Io e Michele scendiamo dal taxi e andiamo a cambiare  la banconota con dei pezzi più piccoli nella pizzeria-kebabberia mentre lui continua a urlare.

primo giorno di scuola

alla festa della scuola

alla festa della scuola

Quattro in un colpo. Il giardino della scuola internazionale Patish patash è invaso dalle zanzare. Seduto affianco a me un trenne in maglietta rosa piange che vuole la mamma ogni qual volta che il cinquenne vuole prendergli una bici troppo grande per entrambi. Michele cavalca un triciclo rosso e, assieme ad altri tre tricicli e due monopattini, corre nel cortile. Il sole ha girato e tutta la scuola si trasferisce dall’altra parte della casa bianca dai tetti rossi.

Prima lezione di arabo: Michele si presenta alla classe ripetendo Merhaba, la maestra tira fuori dei quadratini di legno e inizia a comporre i numeri con questi. Nove marmocchi di quattro/cinque anni seduti attorno a un tavolo che parlano solo arabo. Ho capito un “guzel”, un”yani”. Michele è riuscito a scrivere sia uno che due. Ora deve scriverlo alla lavagna. Tutti i nani hanno la maglietta della pelle, tranne Michele ed è l’unico sudato.

Si va di alfabeto arabo, la maestra tira fuori dei cartoncini plastificati con le lettere colorate e tutti devono ripetere. Michele si gira e mi dice sottovoce: ma quelle non sono lettere, mamma!

La maestra scrive qualcosa in arabo, i bimbi devono indovinare cosa c’è scritto, rispondono tutti assieme e poi lei mette dei più sotto i loro nomi, sbatte il cancellino sul tavolo, dei cubetti cadono a terra, Michele urla : c’è scritto polpo!

Una bimba dagli elastici rossi brillantinosi pianta un casino per via di un più mancato, incrocia le braccia offesa. I colori della pelle dei bambini vanno dal cannella al bianco. Un gruppo ammutina il gioco della maestra e costruisce una torre con i cubotti. Michele è tra quelli che soffia per farla cadere. La lezione e finita, urla.

Alla festa della scuola

Alla festa della scuola

Lezione di musica, ore 10.38. Tre bimbe fanno la voce portante mentre l’intera scuola fa il coro. L’insegnante velata e con le maniche lunghe si sbatte un sacco dentro questa veranda vetrata in cui entra il sole e ci sono solo tre porte aperte, piccole. Anche lei parla in arabo. Ci sono tre bicchieri per l’acqua per quaranta bambini. La maestra prende un tamburo, un bimbo chiude una porta a vetri, maglietta rosa continua a piangere, tutti i bambini vicino alla vetrata si sciolgono dal caldo. La maestra sposta il calcetto che distrae l’ala sinistra del coro. Michele sta per collassare. Lo salvo con un bicchiere d’acqua. La maestra smette di suonare e di cantare e guarda il coro confusionario che pian piano smette di rumoreggiare, la maestra non è ancora contenta e canta e suona solo per le tre voci soliste. Un bimbo più grande cerca di far battere le mani a Michele che invece spara con le dita a ritmo di tamburo.

Una ragazzina mi osserva curiosa: -cosa fai?

– scrivo un quaderno di viaggio.

Questa scuola è diretta da Irina, una donna ucraina velata di rosa, occhi azzurri, carnagione chiara, un’anno fa l’ha aperta con un intento non dichiarato: portare un po’ di ordine sovietico in Tunisia. I bambini fanno esercizi di concentrazione e di precisione come tagliare dei fogli di carta lungo delle linee, ricalcare con la biro dei disegni, studiare poesia, imparare a leggere e a scrivere precocemente. Almeno è straniera e non si stupirà più di 2013-09-14 16.11.28tanto se Michele non sa parlare bene in arabo o in francese.

Costo della scuola: 200 dinari al mese, quanto la sola mensa in una scuola statale italiana. Come sospettavo abbiamo avuto bisogno di una raccomandazione anche per accedere alla scuola materna, raccomandazione arrivata da un ragazzo tunisino che ha lavorato in Italia come buttafuori e che ha conosciuto Enrico in un ristorante sotto Ramadan. Particolarità: Michele imparerà a memoria brani del Corano.

Sfax, la ricerca della scuola.

Cammelli a Sousse per il compleanno di Michele

Cammelli a Sousse per il compleanno di Michele

Michele dentro il centro culturale francese canta: -Poverini stupidini pregate Gesù che non piova più- (Letiv motiv di una suora in uno spettacolo di burattini a Sorrivoli, in Romagna) e aggiunge:  -e poi fatevi esplodere. -Ma perché? -Dico io.
Il signore tunisino all’accoglienza mi ha dato i numeri di telefono di due scuole, al primo numero c’è il fax inserito e al secondo risponde una donna che sa dirmi solo “desolé”: -sto cercando una scuola per mio figlio. -Desolé, non abbiamo più posto. -Può indicarmi altre pre-scuole dove facciano anche francese? -Desolé, non ne conosco. -Sa a chi potrei rivolgermi? – Desolé, non ne ho idea.

Disperata digito su Google il nome della scuola col fax inserito, magari il tipo del centro culturale francese ha copiato male un numero. Trovo l’ennesimo elenco di scuole senza siti internet, senza indirizzi di posta elettronica e incredibilmente alcuni persino senza numero di telefono! Inizio a comporre i numeri delle scuole che ho trovato: fax, libero, libero, finalmente risponde qualcuno. ‘E un signore gentile che mi spiega che la scuola che ho chiamato è una scuola elementare e che per mandare un bambino di 5 anni alle elementari ci vuole l’autorizzazione del ministero della pubblica istruzione. No grazie, non voglio mandare Michele alle elementari, vorrei solo un asilo, una pre-scuola come la chiamano qui, ma le maestre della scuola sotto casa ci hanno rifiutato stamattina dicendo che è impossibile avere un bambino che non parla né arabo né francese -Che poi diventa agitato. Già è agitato, oh com’è agitato!- L’uomo gentile capisce la situazione e mi consiglia di mandarlo al Sina dove c’è un bellissimo giardino d’infazia. Cerco su internet Sina e lo trovo sotto: Insuffisant mentaux, nel portale per les handicapés.

L’asilo sotto casa che abbiamo visitato questa mattina era arido, le maestre velate stavano sulla soglia di uno stanzone dietro un banco a chiacchierare mentre i bambini urlanti erano sotto una struttura in ferro a giocare con scivoli arroventati, il cancello in metallo era spalancato, fuori il traffico fantasioso di Sfax: macchine in contromano, in tre su un ciao scassato tra cui un bambino in piedi mentre il guidatore parla al cellulare, salafita con moglie completamente velata in motorino. -Come è irrequieto, oh come è agitato vostro figlio!

Michele si aggirava spaesato tra la polvere, poi è venuto da me e ha avuto il coraggio di dirmi: – E’ bello qua.

Torta di compleanno con nonno Sebastiano

Torta di compleanno con nonno Sebastiano

Siamo usciti dopo essere riuscita a strappare alle maestre la promessa di riparlarne se non fossi riuscita a trovare un’altra scuola.

Bisogna trovare un’altra scuola ad ogni costo. Dopo la scuola sotto casa, il centro culturale francese e l’elenco del telefono ho finito le mie risorse. Stasera ne parlo con Enrico, ho il sospetto che ci voglia una raccomandazione da parte di un tunisino.

Stamattina c’era un caldo torrido, fallita la missione scuola materna o pre-scuola che dir si voglia, abbiamo cercato di raggiungere la Medina. Passa un signore sciachelo, un idiota, un diversamente abile mentale? che vede Michele e cerca di baciarlo biascicando qualcosa che sembra : Mashalla! Io gli sorrido, Michele si spaventa tantissimo e inizia a urlare allora lo tiro via e mi scuso con lo sciachelo.

In spiaggia a Sousse

In spiaggia a Sousse

Michele continua ad ad avere dei conati di vomito dallo spavento, cerco un bar dove prendere dell’acqua, lo trovo e la signora mi dice che non è bene che io stia seduta nei tavolini fuori, mi fa entrare.  Ci sediamo nell’unico tavolino tra i frighi.  Fanno anche dei panini fritti, non sono panini sono sfinci! buoni come quelli che faceva la zietta a Marittimo quando ero piccola, ripieni di uova, olive e tonno. Michele si calma. Torniamo a casa, alla Medina ci andremo un’altra volta.

Sfax, primo giorno.

Piscina in terrazza

Piscina in terrazza

La casa è bianca e blu, qualche elemento di legno scuro; il prato nel terrazzo è verde acceso come l’ombrellone e il sole, tanto sole da abbassare le persiane a manovella, chiudere le finestre e accendere l’aria condizionata. Ho finito ora di disfare le valigie, Enrico deve tornare dal lavoro, ascolto Dowland e Michele attacca gli adesivi di “Toupie”, un giornaletto per bambini in francese senza pubblicità, un “Merakle minik” tunisino (o francese? In Italia non sono riuscita a trovare nulla di simile). Casa sistemata, prossimi passi sono un numero tunisino e un collegamento a internet, poi la scuola per il nano.

Sembrava che Sfax dovesse essere bruttissima quanto Sousse doveva essere bella ma,

Ricercatori che stanno per essere sbranati dai tirannosauri

Ricercatori che stanno per essere sbranati dai tirannosauri

per ora, un giro in macchina per arrivare a casa a Sfax e un paio di giorni a Sousse da Sebastiano, ho avuto l’impressione opposta: Sousse è invasa dalla spazzatura e dai calcinacci, escludendo le strade turistiche dove russi e tedeschi ballano in locali recintati mentre la gente dorme per strada. Certo tutti parlano francese e ogni insegna è scritta anche o solo in francese, qui a Sfax invece le scritte in arabo sono diventate preponderanti. Ma la città sembra più pulita, una Milano Tunisina, dopo Ankara che doveva essere la Milano Turca, un’altra volta, forse di più.