A casa della maestra di aerobica.

A scuola

A scuola

Patish patash – lunedì.
Due banchi, sette bambini che ricalcano delle linee su un quaderno. Due maestre che li correggono in arabo e francese: bravi, bene, più lenta! (E così dicendo fanno segno con le dita, lo stesso gesto che noi usiamo per dire “che vuoi?” e i turchi per dire “buono”, i tunisini lo usano per dire “piano”.)
Hanno quattro anni, le biro blu, il tavolo di destra inizia a cantare, la maestra dei piccoli li zittisce.
Mi soffio il naso e i bimbi si girano, le maestre ostentano indifferenza. Mi devo ricordare che qui è maleducazione, come mettersi le ditta nel naso.
Nella stanza col tappeto i piccoli imparano a memoria qualche poesia. Non è una poesia, è il Corano. Nella stanza con la lavagna Michele impara le lettere arabe.
Devo risoffiarmi il naso. Vado in bagno.
Cambio di classe, ora sono i quattro anni che ripetono il Libro e i tre anni ricalcano dei disegni con la biro. Una piccola vicino a me, tavolo di destra, è mancina e cambia in continuazione mano alla penna: quando le linee sono curve va con la sinistra, quando le linee diventano dritte si ricorda che deve usare la destra.
Il fratellino piange, un elettricista passa, -Anisti! Anisti!-, un fischietto suona, suonerie di cellulari delle anisti (maestre).

spiegazione della maestra di arabo

spiegazione della maestra di arabo

Salma, la anisti di aerobica, mi ha invitato a pranzo a casa sua. Usciamo dalla scuola, attraversiamo la strada- lei che mi spinge in avanti: camion, taxi, motoretta spolpata contromano, finalmente il marciapiede-, entriamo in una porta bianca mezza chiusa, un bugigattolo con un bancone con frittata, uovo fritto, salsicce, patatine fritte e una vecchia signora in camicie bianco che spalma Harrisa, cipolle e prezzemolo dentro una baguette, la riempie con una quantità di cose eccessiva e la infila in un sacchetto.

Tutto è scritto e interpretato esclusivamente in tunisino.

Usciamo con due sandwich giganti al prezzo di due dinari e iniziamo a camminare in mezzo alla polvere, disdegniamo i marciapiedi. Il sole di mezzogiorno si riflette sulle case e le strade bianche, parliamo in francese di Sfax, degli sfaxiani che amano il denaro, che lavorano sempre, dei supermercati, delle isole Kerkennah, delle spiagge della Tunisia. Intorno a noi polvere, polvere e ancora polvere, ma perché se ci sono i marciapiedi dobbiamo camminare in mezzo alla strada? Le macchine vanno in qualunque direzione, così come i pedoni.
Arriviamo in mezzo a delle case basse, entriamo in una casa senza porta, credo che ci sia una porta da qualche parte ma non l’ho vista. Un uomo mi saluta, è il padre, tra i cuscini, su un tappeto, c’è la madre. Andiamo in cucina, le pareti sono col cemento a vista, abbellito con delle ondine incise in ordine sparso. Sembrerebbe una casa modesta se non ci fosse un grande televisore al plasma davanti alla madre sui cuscini. Forse è solo amore per il tapullo*. Dividiamo i nostri panini in due, poi tre parti: per il padre, la madre, la sorella che è arrivata dal Gabon. Tutti restituiscono i piatti dopo qualche tempo sbocconcellati. Beviamo limonata presa da una grande tanica semi vuota. Salma mi offre un piatto di frutta, la sorella mi prepara una coppa di melograno, zucchero e acqua ai mille fiori. La mangiano divisa in due: io e Salma con lo stesso cucchiaino, la madre e la sorella in un’altra ciotola. Parliamo delle telenovele turche, del fidanzamento di Salma. La sposa ha quattro abiti e fa quattro feste per il matrimonio: il fidanzamento, il giorno del’henne, un altro per le cose legali forse, ho capito solo che l’abito è giallo, infine il matrimonio vero e proprio. Per fare le quattro feste ci vuole quasi un anno. Salma si sposerà il 14 giugno e mi ha invitato al matrimonio. Inshallah.

Si sveglia il figlio della sorella, ha venti giorni, la madre, ovvero la nonna del piccolo, fa segno di darmelo in braccio. È piccolo, gli tengo la testa. La sorella da quando siamo usciti dalla cucina si è velata. Perché? Chiedo.

Divisa scolastica

Divisa scolastica

“Mia sorella ha paura di morire investita da una macchina e dover comparire davanti a Dio senza velo.”

“E tu non credi in Dio?”

“Si, ma penso sempre di essere troppo giovane per morire.”

Io no, non penso di essere troppo giovane per morire, sopratutto a Sfax, sopratutto nel traffico di Sfax.

Torniamo all’asilo di Michele. Sole e polvere. Che Dio ce la mandi buona, Salma dice che è meglio prendere un taxi. Non so se è una fortuna. Da quando l’altro giorno io e Michele abbiamo avuto la disavventura con un tassista, tutte le volte che saliamo su un tassì, Michele dice: -quando facciamo l’incidente?  Oppure: -questo tassista ha la voce gentile mamma, non urla.

Arrivati a scuola un’altra anisti mi fa vedere le foto del fidanzamento, (“alla fine della festa ognuno è tornato a casa sua”, aggiunge) poi mi chiede del mio. Io non ho fatto il fidanzamento, sono andata a vivere con quello che poi è diventato mio marito, dopo qualche anno ci siamo sposati.

I primi compiti della carriera scolastica di Michele sono in arabo.

I primi compiti della carriera scolastica di Michele sono in arabo.

“E i tuoi genitori te l’hanno permesso?”

Mi guarda, poi alza le spalle e si mette a sgridare qualche bambino.

*Tapullo: è quando aggiusti una cosa con quello che hai, il risultato non è elegante ma funzionale e a basso costo.

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