Persa

2013-10-11 15.36.17È giovedì mattina e Michele non vuole svegliarsi. Ieri eravamo ospiti da un collega di Enrico più grande di noi, con due ragazzi ventenni disabili e una moglie velata. Gente semplice e cortese, lui beve vino, lei esce da sola ed entra nelle caffetterie. Hanno quattro cani che abitano sul terrazzo, ogni cane ha la sua stanza. Abbiamo fatto tardi ed Enrico domani deve andare a Sousse per una riunione.

Porterò io il nano a scuola. 

Dopo colazione Michele vuole disegnare il solito squalo gigante.

-Michele puzzi! Devi farti il bagno! Dove hai messo i vestiti?

L’ho rincorro per la casa, riusciamo a uscire. Sono le 10 e 30, tanto vale prendersela con calma, più in ritardo di così?

Decido che è arrivato il momento di emanciparsi dal taxi per il più sicuro bus. Andiamo sotto le mura della medina dove ho visto molti autobus e lì chiedo.

Un signore dai baffi spelacchiati mi indica un autobus dall’altra parte della strada, potendo Michele per mano e affrontiamo l’attraversamento; prima di sedermi chiedo a una ragazza dai capelli neri: questa sgrana gli occhi, si consulta in arabo con le vicine e poi mi dice che si, l’autobus va in rue de Tunis. Entra una ragazza velata e si intromette nella discussione.

-No, non va in rue di Tunis, devo andare più avanti dove c’è la gare e li chiedere.

-Dove?

-Più avanti, davanti alla pizzeria dal nome ##@# (incomprensibile).

Michele non è convinto. Camminiamo fino a la seconda porta della medina, nessuna gare o pizzeria in vista. Chiedo informazioni a un uomo: questi sgrana gli occhi e va a parlare in arabo con qualcun altro, quest’ultimo ci accompagna fino a una pensilina arancione, senza alcuna scritta e li ci abbandona.

Dopo un po’ vedo due ragazze velate, coperte dalla testa ai piedi, che stanno dritte dietro l’ombra della pensilina. Chiedo ma non rispondono, non parlano neanche tra loro, ci fissano solo dall’alto in basso. Andiamo a sederci. La pensilina non serve per ripararsi dal sole, moriamo di caldo, ci alziamo, cerchiamo anche noi rifugio nell’ombra dietro la pensilina dove giunte altre persone. Chiedo, una ragazza: questa sgrana gli occhi (ahia, qua marca male!). Un homo si intromette nella discussione e mi dice che no, non devo prendere l’autobus lì ma devo prendere un taxi.

Ringrazio e me ne vado.  Io e Michele entriamo nella Medina.

-Miki, dobbiamo andare sempre dritti. Miki c’è una casa, giriamo a sinistra poi rigorismo a destra e continuiamo dritti. Miki attento al fiumiciattolo di fogna, Miki non mettere i piedi nella pozza di sangue.

– Mamma mi toccano i capelli, mamma la signora mi ha tirato il gomito nel collo, mamma aspetta.

-Miki non tirarmi giù i pantaloni che ci arrestano.

-Mamma! Aspettami.

-Attaccati alla camicia, ma quella non è la porta da cui siamo entrati?

-Perché non ci compriamo una bussola, mamma?

-Sai che ti dico Michele, oggi non andiamo a scuola.

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La lezione di francese e i matrimoni

2013-11-26 12.41.10Lezione di conversazione in francese. Ci sono cinque ragazze e un ragazzo, tutti sui vent’anni. Le ragazze hanno nella mano sinistra un anello con brillanti e solitario e unghie smaltate. L’insegnante è velata e giovanissima.

– E’ pronta a buttarsi in una nuova avventura amorosa?

Mi chiede la professoressa; ha quell’atteggiamento, tipico delle adolescenti, di cercare di spiazzarti con domande a cazzo.

-Scusi, mi ero dimenticata che lei è sposata.

Si corregge e cambia domanda:

-Si sente più sotto l’autorità del padre o del marito?

-Scusi?

-Si sente più sotto l’autorità del padre o del marito?

Ripete pensando che io non capisca il francese.

-No, no, io non sono sotto l’autorità di nessuno.

Ecco, io ci ho provato a non farmi riconoscere come l’atea femminista quale sono ma a tutto c’è un limite.

Ancora ancora quando mi chiedono se sono mussulmana o se credo in Dio (me lo chiedono sempre e nei luoghi più disparati, tipo nell’hammam, in ascensore, mentre si cucina) ma io riesco ad uscirne con:

-Lo sai, sono italiana e in Italia sono tutti cattolici, come in Tunisia siete tutti mussulmani, e i giapponesi?

( lo ammetto questa è rubata).

E se proprio continuano e mi fanno esempi della cugina del fratello dello zio che abita in Francia ma è mussulmana (ma tunisina o sposata con un tunisino) concludo con un classico:

-Siamo tutti figli di Abramo. Dio è l’unico e il misericordioso.

Che zittisce anche gli animi più curiosi, non per niente vengo da 13 anni di scuola cattolica, suor Maria Teresa docet.

Ma difronte a queste madonnine ho un misto di pena, incazzo e senso di claustrofobia. Queste ragazze sono velate, con nappine e perline che cadono sulle spalle e sulla fronte e, spesso, capelli raccolti che creano una bella testa a punta da cui far scendere mollemente le stoffe colorate.

Sono ricoperte di brillanti e d’oro prima del matrimonio e segregate in casa subito dopo. Povere madonnine ma il loro problema non è il Corano o l’Islam, no, più ci parlo più ne sono certa il loro problema non è quello che hanno ma quello che non hanno, ovvero il Femminismo.

Una bella donna di nome Aurea mi diceva che lei ha fatto il femminismo per tutti, sia per le donne che per gli uomini e ha ragione.

Sposa tunisina

Sposa tunisina

La vita di un uomo tipo: a un certo punto vuole sposarsi, ci sono varie teorie sul fatto se gli uomini tunisini facciano sesso abitualmente prima del matrimonio, Enrico e suo padre sostengono di si, che dei tunisini gli abbiano detto che si fa, anzi sembra che anche durante il matrimonio ci sia un giro di amanti e relazioni incredibili, io non ci credo, sono tutti Rocco Sigfredi a parole un certo tipo di uomini (così come d’altra parte sono tutte santa Maria Goretti un certo tipo di donne). In ogni caso per sposarsi un uomo deve letteralmente ricoprire d’oro uno donna: regalargli anelli con solitario per il fidanzamento, anelli tutti uguali il cui pregio è solo una grossa pietra luccicante; comprare la casa, i mobili, pagare tre o quattro feste per il matrimonio con tre o quattro sale, quattro vestiti, tre o quattro rinfreschi e infine mantenerla a vita. Non che lei lo voglia sempre ma se un uomo manda una donna a lavorare alla fin fine che uomo è? Tutto questo per trovarsi una donna in casa frustrata, incazzata e perennemente sola; quando tornano a casa sono assaliti perché sono tornati tardi, perché non hanno comprato il pane, perché non ci sono abbastanza soldi, perché i bambini piangono, perché la suocera le ha chiamate o non le ha chiamate, perché sono sole! Non so, ma credo che se fossi un uomo sarei femminista, ok, magari non posso più sbattere i pugni sul tavolo e dire -Zitta femmina in cucina!- ma magari mi trovo una compagna.

Eccole qui le mie madonnine che si toccano i veli beige o azzurri, appuntati con gli spilli così che non esca un centimetro di pelle; ci sono anche delle ragazze non velate che sembrano immancabilmente più sciatte con quei capelli un po’ scompigliati dal vento, le facce non ben incorniciate. A differenza della Turchia qua le donne velate non hanno dei vestiti squadrati, un po’ da divisa militare, dai colori scuri con inserti in metallo; no, qui in Tunisia i vestiti delle donne sono molto più morbidi, colorati e se c’è del metallo è eccessivo, un punk fuori posto, delle madonnine punk con le scarpe con le punte o con le punte sulle spalline anni ottanta.

Le mie compagne ridono, switchano dal francese all’arabo, la professoressa racconta delle storielle che però fanno ridere solo se raccontate in arabo. Tutti ridono io no. Provano a spiegarmene una: parla di quando la professoressa faceva il liceo e scriveva canzoni d’amore per le compagne, a un certo punto una era stata lasciata e allora lei ha scritto una canzone per consolare l’amica il cui ritornello faceva: “è solo un uomo, non era l’uomo per te”. Il professore del liceo la scopre, legge la canzone e sospende la professoressa da scuola.

-Ha avuto ragione.

Ribadisce la professoressa e ripete il ritornello in arabo e tutti a ridere: ma che cazzo ridono?

Solo la mia compagna di banco, laureanda in biologia con grosso brillante al dito, mi rivolge qualche volta la parola. In ogni caso una noia mortale.

300px-La_donna_velata_v2Il tutto condito da un dubbio: Io sono per la tolleranza e mi incazzo quando mi dicono che il problema è l’Islam, l’Islam è un problema in quanto è una religione, esattamente come il cristianesimo. Ma allora cosa ci differenzia? Perché qua mi sento discriminata e in trappola? Per l’assenza del pensiero illuminista? Laico? Per l’assenza del femminismo? Per l’assenza del rinascimento?

Quando si inizia a tirare in ballo il rinascimento bisogna smettere di scrivere. Mi rituffo nella mia noia, cullata dalla voce indisponente della prof.

Ricordando Barcellona

Barcellona

Barcellona

Giardini pubblici davanti alla scuola dove io ed Enrico facciamo francese in pausa pranzo, ovvero dove Enrico fa francese e io lo accompagno perché la scuola non ha un corso per me.

Il giardino è macerioso, le aiuole hanno l’erba alta, le panchine sono per la maggior parte rotte, i sedili in muratura bianchi e piastrellati sono sporchi e pieni di mosche.

Un signore di colore dall’aria di chi è abbandonato ma non si abbandona, seduto sulla panchina difronte a me, tira fuori un sacchetto da una borsa di plastica, da quella tira fuori un terzo sacchetto e infine un ultimo di carta, lo scarta e si mette in bocca qualcosa di piccolo.

Una bambina passa con in spalla una grande cartella rosa; su Le Presse, il quotidiano tunisino in lingua francese, c’è un articolo sul problema degli orari nella scuola tunisina: per mancanza di organizzazione e problemi di personale gli studenti passano moltissime ore a scuola ma con buchi tra una lezione e l’altra anche di tre o quattro ore.

Una palma svetta in questo giardino più pulito della strada che lo circonda. La carcassa di uno scivolo e di un’altalena giacciono arrugginite sull’erba che ha scavalcato le aiuole e cammina tra le piastrelle. C’è una casetta con le inferriate sulla cui facciata ci sono disegnate delle scritte a bomboletta gialle e blu. Un ragazzo si è seduto nella panchina vicino alla mia e mi fissa, finché non inizia a dire -Saleeeeem- posso rimanere seduta, poi dovrò fare la donna costumata, alzarmi ed andarmene.

Siamo tornati ieri da Barcellona.

Appena arrivati nel quartiere dove abbiamo abitato per una settimana (trovato grazie ad airbnb.it) siamo andati a fare colazione.

Flashback

Enrico, entrando, si trova davanti a un signore e istintivamente si fa da parte; il signore si ferma, lo guarda, gli sorride e gli dice in catalano di passare pure. Enrico lo guarda, mi guarda: ha le lacrime agli occhi.

-Arianna, mi ha fatto passare.

-E ti ha anche sorriso.

Rispondo io.

-Non siamo più in Tunisia, siamo a casa, in Europa.

Siamo entrambi emozionati, davanti a noi Michele ci guarda con aria interrogativa e addenta il mio panino al prosciutto.

-Quello è prosciutto vero, di maiale e non di tacchino.

Gli facciamo notare noi.

Le cose che mi mancano di Barcellona:

-Poter camminare sui marciapiedi senza essere scontrata e senza aver paura di finire dentro un tombino aperto o, ancor peggio, ricoperto da un cartone. (Michele aggiunge: senza essere toccato in testa e spintonato da tutti gli adulti che passano.)

-Poter attraversare la strada ai semafori.

Barcellona

Barcellona

-Non sentire puzza di discarica, diossina, fosfati (nonostante la casa fosse su una grossa arteria trafficata il livello di inquinamento era proporzionale a quello che ci può essere tra una sigaretta e un aerosol fatto con un tubo di scappamento di una macchina smarmittata)

-Poter bere una birra seduti in una piazza mentre Michele gioca in un parchetto pulito, recintato e sicuro. Il massimo è stato quando siamo andati in uno spazio pubblico gestito da un’associazione dove i bambini avevano a disposizione giochi, bagno e materiale didattico gratuitamente; alle 18 una ragazza ha suonato il fischietto e tutti, mamme, papà, bambini, spagnoli o stranieri hanno iniziato a mettere in ordine.

-Vedere le scollature e le gambe nude delle donne per la strada. La gente che fa acrobatica sui prati.

-Avere tutte le informazioni di cui ho bisogno per poter girare la città su internet.

-Non avere spazzatura sui marciapiedi, persone che lanciano oggetti dalle case in costruzione come piccozze o legni dal quarto piano o furgoni stracarichi che perdono il carico e io che mi devo spostare per non essere travolta.

-Enrico che non deve guidare perché ci sono i mezzi pubblici.

-Andare a mangiare fuori senza prendermi la cagarella (tanto ormai il mio corpo era stato contaminato a Sfax (vedi sfax-tossinfezzione-alimentare) e ho avuto due giorni di febbrone con annessi e connessi che potete immaginare; antibiotico e digiuno, gli ultimi due giorni mi sono rifatta alla Pulpería A’Gudiña sotto casa).

-La gente che sorride e legge dei libri sul metrò.

Barcellona

Barcellona

-Solo venendo da posti come Sfax ci si può rendere conto di che figata è l’architettura europea.

– Camminare per il lungomare mano nella mano con Enrico e Michele che ci fotografa. (A Sfax è impossibile per il semplice fatto che non c’è il lungomare.)

Siamo tornati ma è chiaro che qui noi non possiamo restare.

Tunisi – esterno notte

Montone da asporto

Montone da asporto

Arriviamo all’albergo di Tunisi che sono le 6 passate, Michele si vuole gettare in piscina vestito ma riusciamo a portarlo in camera.
-In piscina c’è il polpo gigante e il pinguino gigante e il pesce gigante che è anche uno scivolo, mamma!
Andiamo a farci questo bagno! Sono con gli occhiali a causa di una super congiuntivite da polvere, me li tolgo e il mondo diviene sfuocato: il bianco dell’albergo a sette piani si perde nel cielo del tramonto; una ragazzina fa il bagno vestita, sento i suoi occhi che mi seguono ma il suo viso è una macchia grigia persa nel blu mentre Enrico è un leone marino rosa e rosso; Michele non lo vedo ma lo sento: ha incontrato il fratellino della ragazza vestita e, giocando nel polpo, urlano; io faccio la foca.

Siamo a cena, come sempre il cibo è scadente, il servizio casuale e i bicchieri opachi.

Sveglia alle 4: si parte per Barcellona.
Inizio a stare male, do la colpa alla cena ( ma tu sai, caro lettore di mammaliturchi, che non è vero).
Paghiamo l’albergo un terzo in più di quello che ci aspettavamo.
Arriva il taxi, è senza tassametro e ci chiede quasi il doppio del prezzo di mercato ma sono le 4 del mattino, tra due ore abbiamo l’aereo…saliamo.

È notte, la strada è a tre corsie, qualche macchina scivola silenziosa nella nostra stessa direzione.
-Un dromedario che gioca a calcio, mamma.
Michele indica uno scudetto appeso allo specchietto retrovisore del taxi, vi è disegnato un dromedario con una maglietta della Juve e un pallone sotto lo zoccolo.
Dietro di noi arriva una macchina che spara a tutto volume una musica araba con i bassi amplificati, mi giro a guardare: finestrini aperti, due ragazzi seduti davanti, due ragazze sedute dietro. Le guardo, ma perché le guardo? Le ragazze iniziano ad urlare rivolte verso di me. Mi giro dall’altra parte. Una delle due è bionda, top e pantaloncini inguinali, l’altra è bruna; quella dalla mia parte è la bionda e si sporge, mezzo busto fuori, per cercare di bussare al mio finestrino. Ma perché le ho guardate? Il tassista accelera e ci spiega che sono i ragazzi che vanno negli hotel, dove ci sono le discoteche, ad ubriacarsi.
Naturalmente ai ragazzi non sembra vero che abbiamo accelerato e si mettono all’inseguimento, ci superano con le ragazze sedute sui finestrini che ci salutano. Grazie a Dio -chiunque esso sia- il tassista lascia perdere la gara e resta dietro. La ragazza bionda urla, i capelli a boccoli, lunghi e sciolti volano per la velocità; la pelle chiara è stretta nella stoffa elasticizzata lucida; mette i piedi sul finestrino, poi le ginocchia, lascia una mano e ancora urla; la bruna capisce il gioco e la imita ma per poco: subito rimette le gambe dentro e si tiene con ambo le mani al tetto dell’automobile.
Raggiungono un’altra macchina, forse anche là dentro qualcuna ha osato guardare la bionda perché questa riprende a sporgersi, a voler bussare al finestrino ( grazie a Dio – chiunque esso sia- non al mio). L’altra macchina cambia corsia, lei si alza in piedi.

Posso andare anche vestita da uomo invisibile e nessuno ci trova niente di male.

Posso andare anche vestita da uomo invisibile e nessuno ci trova niente di male.

Si, hai capito bene, lei si alza in piedi: una mano sul tettuccio, un piede sul finestrino e l’altro a cercare di bussare al finestrino di quella stronza che l’ha guardata. Abbraccio Michele. Si che ha la cintura ma se questa vola – non posso dire fuori perché è già fuori- atterrerà sul nostro parabrezza e Michele è seduto in mezzo. Siamo tutti e quattro in silenzio a guardare questa specie di cavallerizza da circo che fa le acrobazie su una macchina in una super strada di Tunisi. Poi lei rientra; la loro macchina decelera; la superiamo e le due ragazze hanno le facce serie, la musica è sempre alta. Che ci sia la polizia? No.

Il tassista commenta come sempre fanno i tunisini che abbiamo incontrato fino ad ora: è tutta colpa della rivoluzione.

Arriviamo in aeroporto in tempo: Europa, voglia di casa.

Bettola-interno giorno

2013-09-27 19.50.42Uova, tonno e patatine fritte. Difficile uscire da queste costanti culinarie -buone per un pranzo solitario ma non per una dieta costante. Sono seduta in una bettola all’interno della medina. Il televisore sospeso sulla parete trasmette immagini di città accompagniate da una voce femminile che canta in arabo, violini.

Le tovaglie di plastica verdi sono a fiori viola e marroni, sul tavolo un’ampolla d’acqua e due piccoli bicchieri e una tovaglietta di cartone su cui c’è la mia ciotola di terracotta piena di Pane, ceci, tonno, un uovo non ancora sodo, harissa, cumino, olio e un brodo scuro. Visto che sono un po’ triste ho deciso di beccarmi una tossinfezione  alimentare. A fianco della ciotola c’è un piatto color crema con delle pennellate arancioni sulla circoferenza; dentro vi sono patatine fritte, carote in salamoia e olive.

Tutti i tavoli sono pieni e, la maggior parte degli avventori, mangia il mio stesso brodo; a fianco hanno un piattino ma è più piccolo del mio e mancano le patatine fritte. Ho trovato nel brodo un guscio d’uovo e una scheggia d’osso. C’è troppo caldo qua dentro e forse il brodo non aiuta. Le patatine sono arrivate a tutti, fritte al momento e non surgelate. Il bicchiere sa di pesce: smetto di bere. C’è odore di plastica bruciata. Una signora affianco a me mangia mezzo polpo al sugo, sotto le sue dita i tentacoli si spezzano facilmente. C’è un rubinetto all’entrata con una saponetta e carta per asciugarsi: la carta rigida è quella delle tovagliette e con cui incartano i panini; un signore all’entrata li piega e li taglia nelle diverse misure che servono. Un ragazzo serve i piatti, due donne in cucina e una sparecchia.

Ora la televisione trasmette un video con dei ragazzi che corrono e ballano su una spiaggia, cantano in arabo e tutti sono vestiti.

Sudo, esco.

Depilazione avec sucre? No grazie.

Michele pistolero in terrazzo

Michele pistolero in terrazzo

Ho appuntamento con la maestra di aerobica a scuola di Michele, ho comprato alcuni pasticcini sotto casa. Già mezz’ora prima dell’appuntamento la maestra inizia a chiamarmi al telefono, prendo un taxi -sul cruscotto i tassisti mettono un asciugamano o una pelliccia per proteggerlo dal caldo, la polvere ci si posa; i tassisti spesso fumano col braccio fuori dal finestrino, questo è coperto da una manica fissata con due elastici, un’altra protezione dal sole; amuleti penzolano dallo specchietto; le cinture di sicurezza sono sempre inutilizzabili e i tassisti vanno contromano suonando agli incroci-. Arrivo davanti a scuola all’ora prevista e la maestra non è ancora pronta, Michele mi vede e piange, un nugolo di anisti si chiede che ci faccia a scuola con dei dolci se non devo prendere mio figlio, la direttrice velata in azzurro mi parla in inglese: la maestra di arabo potrebbe darmi lezione di arabo un’ora e mezza a settimana, giusto per imparare l’alfabeto. Finalmente io e la maestra di aerobica usciamo ad aspettare un taxi che non arriva: sua mamma ha fatto il cous-cous di pesce e ci tiene ad avermi a pranzo prima di andare all’hammem, spero di non morire di congestione ma non credo che sia previsto che io possa rifiutarmi. Finalmente arriva il taxi, anche questo polveroso come la strada, ci sono cumuli di detriti sui marciapiedi, l’aria è pesante carica di diossina, questa trasferta ci farà perdere dieci anni di vita a tutti (ma ne vale la pena? A volte me lo chiedo.)

Sicurezza sul lavoro

Appesi: il signore di destra tiene la fune e fa salire e scendere l’asse mentre l’altro dipinge.

Lasciamo la strada asfaltata e percorriamo una strada bianca e sterrata, lì scendiamo, entriamo in una delle tante case bianche, rinchiuse da alti muri. Oggi a pranzo ci sono: quattro sorelle, due mariti, il padre, la madre e tre nipotini. Il più grande, un anno e mezzo, è legato con una lunga corda di stoffa alla finestra del salotto, il cappio gli passa sotto le ascelle, -è terribile, vuole toccare tutto- mi dicono le zie, lo schermo piatto appeso al muro è sintonizzato sui cartoni.

Bacio tutte quattro volte ciascuno e mi siedo a tavola. Cucinano e parlano tutte in arabo cercando di sovrastarsi, tipiche dinamiche di una casa con cinque femmine rinchiuse in una cucina. Visto che non capisco nulla e nessuno si preoccupa di me, se non per rivolgermi sorrisi melliflui, mi prendo il nipotino di tre mesi in braccio.   Tutti i maschi arrivano solo quando è pronto a tavola, più che altro per proteggersi dalle grida, credo.

In tavola il cous-cous è buono come quello che ci hanno offerto sulla spiaggia di Madhia una famiglia di pescatori ovvero incredibilmente più buono di quello  che può cucinare qualunque ristorante tunisino. Oltre al brodo spesso e i pescheti bolliti, ci sono anche le triglie fritte che vengono prese con le mani dal piatto di portata e adagiate direttamente sul tavolo in formica, sempre sul tavolo vengono pulite  e lì rimangono le lische. Non ci sono né tovaglioli né bicchieri, solo una grande tazza di alluminio a centro tavola. Il cous-cous è piccante e pieno di peperoncini verdi. Il padre mangia metà del piatto e poi lo lascia alla moglie che finisce i suoi avanzi. Un’altra coppia mangia dallo stesso piatto e vedo che tutti bevono dalla stessa tazza di alluminio. ‘E troppo piccante e provo anche io a bere dalla tazza comune quando il padre ha un eccesso di tosse bronchitica. Non bevo. Smetto all’ora di mangiare ma la sorella più grande, l’unica velata, dallo sguardo supponente e sgradevole, mi incita a finire tutto. Provo a rifiutare ma i sorrisini divertiti delle sorelle e il tremolio dei suoi occhi azzurri  mi fanno capire che non è una buona idea. Mangio a forza con la bocca in fiamme, d’altra parte sono ospite straniera in mezzo a donne urlanti che parlano una lingua incomprensibile e nessuno si prende la briga di spiegarmi che succede. Solo a un certo punto uno dei giovani mariti si rivolge a me in francese per dirmi: -Ai turisti piacciono le cose vecchie, io ho una macchina molto vecchia, la vuole comprare?- Tutte le femmine lo prendono in giro sia in arabo che in francese.

Polli vivi per carne sempre fresca, negozio in una strada del centro città

Polli vivi per carne sempre fresca, negozio in una strada del centro città

Finalmente finisce il pranzo e mi accompagnano in salotto -un salotto alla araba con i cuscini direttamente a terra e un grade tappeto che li unisce, a mangiare la frutta. Il coltello per tagliare la frutta è vicino al piccolo legato alla finestra: lo sposto e dopo poco qualcuno lo riavvicina. Scopro che vogliono che il piatto della frutta con relativo coltello stia vicino a me quindi, per l’incolumità del piccolo, mi allontano da lui. Senza bambini sono di nuovo in balia delle femmine, si offrono di insegnarmi l’arabo, di venirmi a prendere in macchina a casa, mi invitano al sacrificio del capro per l’Aid -vedrai come si divertono i bambini quando sgozzano il capro!- Sorrido e chiedo alla maestra di aerobica se non si sta facendo tardi.

Bisogna preparare la merenda, perché dopo l’hammem viene fame e va a prendere i pasticcini alla crema che ho portato, non l’hanno messi in frigo e le mie palle igieniste e batteriologiche da europea mi fanno consigliare di portare al massimo qualche dattero e un po’ d’uva. Mi guarda come se fossi una cretina ma fa come dico.

Finalmente usciamo, nuovo taxi polveroso e arriviamo al “Contessa”, hammem e centro estetico. L’entrata costa 12 dinari e tutto l’ambiente è un finto antico con un che di ospedaliero. Dopo la strigliata, priva del massaggio di sapone che fanno in Turchia, vado ad aspettare la maestra di aerobica nella stanza comune dove vi sono femmine di vario genere in asciugamano. Mi sembrano tutte incredibilmente depilate e chiedo loro se si siano depilate lì. A questo punto c’è un raduno, donne che sbucano da ogni porta per fare un consulto depilatorio: tutte mi toccano, analizzano i miei peli e concordano che non ne ho bisogno, mentendo evidentemente perché mi sono dimenticata di portare il mio silk-peal dall’Italia.

A un certo punto arriva una donna di bassa statura, vestita con una tunica nera dai risvolti argentati, un lungo cappuccio a punta che arriva quasi a terra, il capo completamente avvolto in un foulard nero e le mani e i piedi tatuate e inizia a parlarmi in arabo in maniera concitata ripetendo la parola sucre; tutte le ragazze presenti sbarrano gli occhi e iniziano a scuotere la testa da dietro le sue spalle, quando le si gira le sorridono. Una depilazione con lo zucchero? Mai sentita. La curiosità è troppa e poi non può far più male della ceretta. L’insegnate di aerobica alla mia domanda diretta se devo farla con lo zucchero -perché a questo punto è inutile, mi devo depilare, dopo che si è riunito il grande consiglio dell’hammem non posso più tirarmi in dietro, e il costo è di 33 dinari per tutto, inguine e ascelle compreso oltre che braccia e gambe- mi dice di si, che va bene con lo zucchero a voce e contemporaneamente mi dice di no con gli occhi, la donnina in nero dice si, le ragazze dietro di lei fanno no con la testa e allora io dico di si. Non so perché, forse perché tutte quelle ragazze che sanno il francese ma parlano in arabo di me con me davanti mi stanno sulle palle più di questa folletta nera e argento che parla solo arabo ma si sforza di parlarmi in francese? Non lo so perché ho detto di si ma ho fatto una cazzata.

Zoo di sfax

Zoo di Sfax

Andiamo al piano di sopra ed entriamo in una stanza bianca con un lettino e un televisore. La donna in nero ha in mano una scatolina che contiene il suo sucre. Chiude la porta a chiave si è spoglia rimanendo in fusò e canottiera,  così scollata che il seno è completamente scoperto: è completamente glabra e tatuata con una grossa cicatrice sulla guancia. Inizia a manipolare il caramello fino a farlo diventare una mou e con quella inizia a togliermi i peli delle braccia, delle mani (ho peli sulle mani?) e delle ascelle.

Poi mi chiede se voglio il maillot. Maillot non vuol dire costume? L’inguine quindi e dico di si. Ora, se sei tunisina  a cosa serve fare l’inguine se non vai al mare in costume ma in pantaloni? A niente quindi maillot è un eufemismo per dire depilazione completa; quando dico completa pensatevi a due anni e pensate che a questo ci si arriva con un impasto di caramello. La maestra di aerobica mi guarda con un misto di noia e di orrore al pensiero che anche lei, il giorno prima del matrimonio, dovrà farlo. Io provo a dire che non voglio questo, che ci siamo fraintesi, che in Italia non si fa -Come, non vi depilate il sedere? E vostro marito non vi dice nulla?- La strega tatuata non capisce quello che le dico e mi tratta come un macellaio potrebbe trattare una mucca e l’altra pensa al suo matrimonio e, forse, al motivo per cui è lì: -Ma tu ci sarai a giugno quando mi sposo, perché ormai siamo sorelle eh!- Il televisore trasmette immagini di moschee e musichette tranquillizzanti, le dita delle strega sono forti e usa il suo peso per immobilizzarmi: o le tiro un pugno in faccia o non mi mollerà mai.

Zoo di Sfax

Zoo di Sfax

Mi sento tutta appiccicaticcia per lo zucchero. In uno stentato francese la strega mi dice che mio marito, la sera, sarà contento e utilizza certe immagini che non capisco ma mi sembrano terribilmente volgari. Sono nuda come una bistecca davanti a due estranee che mi stanno torturando e penso alla Fallaci. Oriana, Oriana come è difficile vivere in questi posti. Hanno finalmente deciso di smetterla, i polpacci sono la parte più pelosa del mio  corpo, escludendo i capelli. Mi rimetto l’accappatoio ed esco con le mani che tremano. La strega si è nuovamente rimessa la palandrana nera con velo e cappuccio a punta. Scendiamo nuovamente nell’hammem. Mi faccio una doccia. Mi siedo sul divano alla araba e non faccio caso all’insegnante di aerobica che mi fotografa di nascosto. Voglio solo tornare a casa, ho sete da quattro ore.

Scrivo queste righe nella speranza che possano essere di aiuto a qualcuna:  se entrate in un Hammem e vi chiedono se volete fare un maillot avec sucre dite di no.

Perché Beckett è uno scrittore verista e io una donna incazzata.

Alluvione a Sfax

Alluvione a Sfax

Mi scuso in anticipo se in questo post ci potreste trovare affermazioni xenofobe, sessuofobe e idrofobiche e qualunque altra “qualcosa-fobia”.

La giornata è iniziata con le mosche – mi sveglio per le mosche che mi entrano nel naso, nelle orecchie e mi camminano sugli occhi- e ieri sera si era conclusa con le mosche -un’estenuante caccia con spruzzata di un veleno dal nome imprecisato a finestre chiuse-. Mosche. Dopo l’alluvione di settimana scorsa hanno invaso la città, loro e le loro amiche zanzare. Me ne sono lamentata con dei commercianti e con il consierge: mi hanno raccontato che la televisione ha dato l’allarme: persone finite in ospedale a causa di infezioni e pustole gialle. Evviva! Ci mancava l’epidemia!

Michele: -E perché non ci sono le mosche a Genova?

Io: -Perché noi facciamo le disinfestazioni, cioè non sempre ma spesso.

Michele: -E perché qui non le fanno?

Poi la mattinata è continuata con lo straziante biglietto di Jamila. (Ora ricordatevi della premessa) Enrico ha preso a servizio Madame Jamila nel suo sogno segreto di non doversi più occupare della casa. Il risultato è stato che quando Madame Jamila se ne andava lui rilavava il bagno e io i pavimenti. Allora meglio che stiri e basta e venga una volta a settimana, ho pensato. Visto che non parla francese -e non si sforza nemmeno di farlo- le ho scritto un biglietto indirizzato alla figlia. Risposta: “Gli accordi erano diversi, mia madre ha lasciato il suo lavoro vero per venir a lavorare da voi e non potete mandarla via perché è povera.”sfax alluvione

Non possiamo mandarla via perché è povera? Visto la nostra precarietà dubito che Enrico abbia preso il ben che minimo accordo e poi che vuol dire? Che facendo quattro ore a settimana da noi guadagnava più che con un lavoro normale? Ma di questo noi non abbiamo colpa, colpa sua che ci ha dato un prezzo non concorrenziale, rischio di impresa ragazza. E poi fa male il suo lavoro e per di più mi sta sulle palle. Sono cattiva e poco rispettosa della sua povertà? O forse è lei che ci prende in giro?

Ora sono seduta in un bar davanti al municipio, sono l’unica donna e tutti gli uomini, seduti o in piedi, mi hanno lanciato uno sguardo, chi di nascosto, chi palesemente. Tutti questi maschi sfaccendati hanno davanti una tazzina di caffè e un bicchiere d’acqua e fumano sigarette o sisa (narghilè). Chi non è in compagnia parla al telefono e tutti sorseggiano il caffè (che sa di sciacquatura per piatti) per un tempo interminabile.

Davanti c’è il “Grand caffè de la paix” dove ieri ho provato ad entrare. Alla porta un ragazzo mi ha fermato, non ho capito quel che ha detto perché parlava tunisino ma il tono era: -Che vuoi? – L’ho driblato e sono entrata. L’ampia sala era scura e piena di fumo, sui numerosi tavolini troneggiavano bottiglie di birra vuote -fortini verdi dalle merlature dorate-. Tutti uomini i quali, così mi è parso, si sono girati a guardarmi. Il ragazzo di prima mi ha chiesto in francese: – Che cosa volete qui?- Appunto.

-Un té.

-Che cosa?

-Un té alla menta.

– Non si può. Qui abbiamo solo Lipton.

Sono uscita. Poi ho visto un gruppo di donne sedute in questa sala da tè. Il cameriere mi ha chiesto in un bofonchiante inglese cosa volessi e poi ha aggiunto:

-Bienvenu

Alluvione a Sfax

Alluvione a Sfax

Mi ha portato un tè alla menta zuccherato con una fetta di limone. Ma perché il limone? Nel tè alla menta non ci va il limone, che sia il Lipton promesso nel bar precedente?

Il signore difronte a me si è tolto le scarpe e ha una mosca che gli cammina sulla pianta del piede. Alla mia sinistra tre ragazzi bevono due caffè, tre bicchieri d’acqua e fumano, il posacenere pieno, gli sguardi preoccupati. Alla mia destra altri tre ragazzi, le stesse facce, le stesse sigarette, gli stessi caffè. I camerieri in camicia viola e grembiule marrone si guardano attorno e strascicano i piedi, è come se ogni loro azione fosse frutto di un’attenta analisi tra costi e benefici.

Ho scoperto che la cosa più importante da tenere coperta a Sfax sono gli occhi, più ancora delle gambe o delle spalle. Come in Centro Storico anche qui i tunisini sfaccendati cercano di attirare la tua attenzione salutandoti (e non solo i ragazzi!) e lo scopo è di farsi guardare negli occhi e stabilire una comunicazione. ‘Fanculo! Sono una brava ragazza timorata di Dio che non guarda negli occhi i maschi se no rimango incinta!

In realtà ieri, tanto per contraddirmi, in una disavventura avvenuta con un luage (taxi collettivi) ho incontrato un ragazzo che fa teatro. In mezzo alla polvere ci siamo confrontati sui grandi maestri del teatro:

Alluvione a Sfax

Alluvione a Sfax

Io: Kantor?

Lui: Grotowsky

Io: Molière?

Lui: Shakespeare, Stanislavskij?

Io: Artaud

Lui: Ah Artaud!

Io: Teatro politico?

Lui:Teatro per bambini?

Io:Teatro politico per bambini?

Alluvione a Sfax

Alluvione a Sfax

Io e Lui: Marionette!

Michele ci guardava con aria interrogativa.

Domani ho appuntamento con la maestra di aerobica per andare all’hammem.