Depilazione avec sucre? No grazie.

Michele pistolero in terrazzo

Michele pistolero in terrazzo

Ho appuntamento con la maestra di aerobica a scuola di Michele, ho comprato alcuni pasticcini sotto casa. Già mezz’ora prima dell’appuntamento la maestra inizia a chiamarmi al telefono, prendo un taxi -sul cruscotto i tassisti mettono un asciugamano o una pelliccia per proteggerlo dal caldo, la polvere ci si posa; i tassisti spesso fumano col braccio fuori dal finestrino, questo è coperto da una manica fissata con due elastici, un’altra protezione dal sole; amuleti penzolano dallo specchietto; le cinture di sicurezza sono sempre inutilizzabili e i tassisti vanno contromano suonando agli incroci-. Arrivo davanti a scuola all’ora prevista e la maestra non è ancora pronta, Michele mi vede e piange, un nugolo di anisti si chiede che ci faccia a scuola con dei dolci se non devo prendere mio figlio, la direttrice velata in azzurro mi parla in inglese: la maestra di arabo potrebbe darmi lezione di arabo un’ora e mezza a settimana, giusto per imparare l’alfabeto. Finalmente io e la maestra di aerobica usciamo ad aspettare un taxi che non arriva: sua mamma ha fatto il cous-cous di pesce e ci tiene ad avermi a pranzo prima di andare all’hammem, spero di non morire di congestione ma non credo che sia previsto che io possa rifiutarmi. Finalmente arriva il taxi, anche questo polveroso come la strada, ci sono cumuli di detriti sui marciapiedi, l’aria è pesante carica di diossina, questa trasferta ci farà perdere dieci anni di vita a tutti (ma ne vale la pena? A volte me lo chiedo.)

Sicurezza sul lavoro

Appesi: il signore di destra tiene la fune e fa salire e scendere l’asse mentre l’altro dipinge.

Lasciamo la strada asfaltata e percorriamo una strada bianca e sterrata, lì scendiamo, entriamo in una delle tante case bianche, rinchiuse da alti muri. Oggi a pranzo ci sono: quattro sorelle, due mariti, il padre, la madre e tre nipotini. Il più grande, un anno e mezzo, è legato con una lunga corda di stoffa alla finestra del salotto, il cappio gli passa sotto le ascelle, -è terribile, vuole toccare tutto- mi dicono le zie, lo schermo piatto appeso al muro è sintonizzato sui cartoni.

Bacio tutte quattro volte ciascuno e mi siedo a tavola. Cucinano e parlano tutte in arabo cercando di sovrastarsi, tipiche dinamiche di una casa con cinque femmine rinchiuse in una cucina. Visto che non capisco nulla e nessuno si preoccupa di me, se non per rivolgermi sorrisi melliflui, mi prendo il nipotino di tre mesi in braccio.   Tutti i maschi arrivano solo quando è pronto a tavola, più che altro per proteggersi dalle grida, credo.

In tavola il cous-cous è buono come quello che ci hanno offerto sulla spiaggia di Madhia una famiglia di pescatori ovvero incredibilmente più buono di quello  che può cucinare qualunque ristorante tunisino. Oltre al brodo spesso e i pescheti bolliti, ci sono anche le triglie fritte che vengono prese con le mani dal piatto di portata e adagiate direttamente sul tavolo in formica, sempre sul tavolo vengono pulite  e lì rimangono le lische. Non ci sono né tovaglioli né bicchieri, solo una grande tazza di alluminio a centro tavola. Il cous-cous è piccante e pieno di peperoncini verdi. Il padre mangia metà del piatto e poi lo lascia alla moglie che finisce i suoi avanzi. Un’altra coppia mangia dallo stesso piatto e vedo che tutti bevono dalla stessa tazza di alluminio. ‘E troppo piccante e provo anche io a bere dalla tazza comune quando il padre ha un eccesso di tosse bronchitica. Non bevo. Smetto all’ora di mangiare ma la sorella più grande, l’unica velata, dallo sguardo supponente e sgradevole, mi incita a finire tutto. Provo a rifiutare ma i sorrisini divertiti delle sorelle e il tremolio dei suoi occhi azzurri  mi fanno capire che non è una buona idea. Mangio a forza con la bocca in fiamme, d’altra parte sono ospite straniera in mezzo a donne urlanti che parlano una lingua incomprensibile e nessuno si prende la briga di spiegarmi che succede. Solo a un certo punto uno dei giovani mariti si rivolge a me in francese per dirmi: -Ai turisti piacciono le cose vecchie, io ho una macchina molto vecchia, la vuole comprare?- Tutte le femmine lo prendono in giro sia in arabo che in francese.

Polli vivi per carne sempre fresca, negozio in una strada del centro città

Polli vivi per carne sempre fresca, negozio in una strada del centro città

Finalmente finisce il pranzo e mi accompagnano in salotto -un salotto alla araba con i cuscini direttamente a terra e un grade tappeto che li unisce, a mangiare la frutta. Il coltello per tagliare la frutta è vicino al piccolo legato alla finestra: lo sposto e dopo poco qualcuno lo riavvicina. Scopro che vogliono che il piatto della frutta con relativo coltello stia vicino a me quindi, per l’incolumità del piccolo, mi allontano da lui. Senza bambini sono di nuovo in balia delle femmine, si offrono di insegnarmi l’arabo, di venirmi a prendere in macchina a casa, mi invitano al sacrificio del capro per l’Aid -vedrai come si divertono i bambini quando sgozzano il capro!- Sorrido e chiedo alla maestra di aerobica se non si sta facendo tardi.

Bisogna preparare la merenda, perché dopo l’hammem viene fame e va a prendere i pasticcini alla crema che ho portato, non l’hanno messi in frigo e le mie palle igieniste e batteriologiche da europea mi fanno consigliare di portare al massimo qualche dattero e un po’ d’uva. Mi guarda come se fossi una cretina ma fa come dico.

Finalmente usciamo, nuovo taxi polveroso e arriviamo al “Contessa”, hammem e centro estetico. L’entrata costa 12 dinari e tutto l’ambiente è un finto antico con un che di ospedaliero. Dopo la strigliata, priva del massaggio di sapone che fanno in Turchia, vado ad aspettare la maestra di aerobica nella stanza comune dove vi sono femmine di vario genere in asciugamano. Mi sembrano tutte incredibilmente depilate e chiedo loro se si siano depilate lì. A questo punto c’è un raduno, donne che sbucano da ogni porta per fare un consulto depilatorio: tutte mi toccano, analizzano i miei peli e concordano che non ne ho bisogno, mentendo evidentemente perché mi sono dimenticata di portare il mio silk-peal dall’Italia.

A un certo punto arriva una donna di bassa statura, vestita con una tunica nera dai risvolti argentati, un lungo cappuccio a punta che arriva quasi a terra, il capo completamente avvolto in un foulard nero e le mani e i piedi tatuate e inizia a parlarmi in arabo in maniera concitata ripetendo la parola sucre; tutte le ragazze presenti sbarrano gli occhi e iniziano a scuotere la testa da dietro le sue spalle, quando le si gira le sorridono. Una depilazione con lo zucchero? Mai sentita. La curiosità è troppa e poi non può far più male della ceretta. L’insegnate di aerobica alla mia domanda diretta se devo farla con lo zucchero -perché a questo punto è inutile, mi devo depilare, dopo che si è riunito il grande consiglio dell’hammem non posso più tirarmi in dietro, e il costo è di 33 dinari per tutto, inguine e ascelle compreso oltre che braccia e gambe- mi dice di si, che va bene con lo zucchero a voce e contemporaneamente mi dice di no con gli occhi, la donnina in nero dice si, le ragazze dietro di lei fanno no con la testa e allora io dico di si. Non so perché, forse perché tutte quelle ragazze che sanno il francese ma parlano in arabo di me con me davanti mi stanno sulle palle più di questa folletta nera e argento che parla solo arabo ma si sforza di parlarmi in francese? Non lo so perché ho detto di si ma ho fatto una cazzata.

Zoo di sfax

Zoo di Sfax

Andiamo al piano di sopra ed entriamo in una stanza bianca con un lettino e un televisore. La donna in nero ha in mano una scatolina che contiene il suo sucre. Chiude la porta a chiave si è spoglia rimanendo in fusò e canottiera,  così scollata che il seno è completamente scoperto: è completamente glabra e tatuata con una grossa cicatrice sulla guancia. Inizia a manipolare il caramello fino a farlo diventare una mou e con quella inizia a togliermi i peli delle braccia, delle mani (ho peli sulle mani?) e delle ascelle.

Poi mi chiede se voglio il maillot. Maillot non vuol dire costume? L’inguine quindi e dico di si. Ora, se sei tunisina  a cosa serve fare l’inguine se non vai al mare in costume ma in pantaloni? A niente quindi maillot è un eufemismo per dire depilazione completa; quando dico completa pensatevi a due anni e pensate che a questo ci si arriva con un impasto di caramello. La maestra di aerobica mi guarda con un misto di noia e di orrore al pensiero che anche lei, il giorno prima del matrimonio, dovrà farlo. Io provo a dire che non voglio questo, che ci siamo fraintesi, che in Italia non si fa -Come, non vi depilate il sedere? E vostro marito non vi dice nulla?- La strega tatuata non capisce quello che le dico e mi tratta come un macellaio potrebbe trattare una mucca e l’altra pensa al suo matrimonio e, forse, al motivo per cui è lì: -Ma tu ci sarai a giugno quando mi sposo, perché ormai siamo sorelle eh!- Il televisore trasmette immagini di moschee e musichette tranquillizzanti, le dita delle strega sono forti e usa il suo peso per immobilizzarmi: o le tiro un pugno in faccia o non mi mollerà mai.

Zoo di Sfax

Zoo di Sfax

Mi sento tutta appiccicaticcia per lo zucchero. In uno stentato francese la strega mi dice che mio marito, la sera, sarà contento e utilizza certe immagini che non capisco ma mi sembrano terribilmente volgari. Sono nuda come una bistecca davanti a due estranee che mi stanno torturando e penso alla Fallaci. Oriana, Oriana come è difficile vivere in questi posti. Hanno finalmente deciso di smetterla, i polpacci sono la parte più pelosa del mio  corpo, escludendo i capelli. Mi rimetto l’accappatoio ed esco con le mani che tremano. La strega si è nuovamente rimessa la palandrana nera con velo e cappuccio a punta. Scendiamo nuovamente nell’hammem. Mi faccio una doccia. Mi siedo sul divano alla araba e non faccio caso all’insegnante di aerobica che mi fotografa di nascosto. Voglio solo tornare a casa, ho sete da quattro ore.

Scrivo queste righe nella speranza che possano essere di aiuto a qualcuna:  se entrate in un Hammem e vi chiedono se volete fare un maillot avec sucre dite di no.

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