Ricordando Barcellona

Barcellona

Barcellona

Giardini pubblici davanti alla scuola dove io ed Enrico facciamo francese in pausa pranzo, ovvero dove Enrico fa francese e io lo accompagno perché la scuola non ha un corso per me.

Il giardino è macerioso, le aiuole hanno l’erba alta, le panchine sono per la maggior parte rotte, i sedili in muratura bianchi e piastrellati sono sporchi e pieni di mosche.

Un signore di colore dall’aria di chi è abbandonato ma non si abbandona, seduto sulla panchina difronte a me, tira fuori un sacchetto da una borsa di plastica, da quella tira fuori un terzo sacchetto e infine un ultimo di carta, lo scarta e si mette in bocca qualcosa di piccolo.

Una bambina passa con in spalla una grande cartella rosa; su Le Presse, il quotidiano tunisino in lingua francese, c’è un articolo sul problema degli orari nella scuola tunisina: per mancanza di organizzazione e problemi di personale gli studenti passano moltissime ore a scuola ma con buchi tra una lezione e l’altra anche di tre o quattro ore.

Una palma svetta in questo giardino più pulito della strada che lo circonda. La carcassa di uno scivolo e di un’altalena giacciono arrugginite sull’erba che ha scavalcato le aiuole e cammina tra le piastrelle. C’è una casetta con le inferriate sulla cui facciata ci sono disegnate delle scritte a bomboletta gialle e blu. Un ragazzo si è seduto nella panchina vicino alla mia e mi fissa, finché non inizia a dire -Saleeeeem- posso rimanere seduta, poi dovrò fare la donna costumata, alzarmi ed andarmene.

Siamo tornati ieri da Barcellona.

Appena arrivati nel quartiere dove abbiamo abitato per una settimana (trovato grazie ad airbnb.it) siamo andati a fare colazione.

Flashback

Enrico, entrando, si trova davanti a un signore e istintivamente si fa da parte; il signore si ferma, lo guarda, gli sorride e gli dice in catalano di passare pure. Enrico lo guarda, mi guarda: ha le lacrime agli occhi.

-Arianna, mi ha fatto passare.

-E ti ha anche sorriso.

Rispondo io.

-Non siamo più in Tunisia, siamo a casa, in Europa.

Siamo entrambi emozionati, davanti a noi Michele ci guarda con aria interrogativa e addenta il mio panino al prosciutto.

-Quello è prosciutto vero, di maiale e non di tacchino.

Gli facciamo notare noi.

Le cose che mi mancano di Barcellona:

-Poter camminare sui marciapiedi senza essere scontrata e senza aver paura di finire dentro un tombino aperto o, ancor peggio, ricoperto da un cartone. (Michele aggiunge: senza essere toccato in testa e spintonato da tutti gli adulti che passano.)

-Poter attraversare la strada ai semafori.

Barcellona

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-Non sentire puzza di discarica, diossina, fosfati (nonostante la casa fosse su una grossa arteria trafficata il livello di inquinamento era proporzionale a quello che ci può essere tra una sigaretta e un aerosol fatto con un tubo di scappamento di una macchina smarmittata)

-Poter bere una birra seduti in una piazza mentre Michele gioca in un parchetto pulito, recintato e sicuro. Il massimo è stato quando siamo andati in uno spazio pubblico gestito da un’associazione dove i bambini avevano a disposizione giochi, bagno e materiale didattico gratuitamente; alle 18 una ragazza ha suonato il fischietto e tutti, mamme, papà, bambini, spagnoli o stranieri hanno iniziato a mettere in ordine.

-Vedere le scollature e le gambe nude delle donne per la strada. La gente che fa acrobatica sui prati.

-Avere tutte le informazioni di cui ho bisogno per poter girare la città su internet.

-Non avere spazzatura sui marciapiedi, persone che lanciano oggetti dalle case in costruzione come piccozze o legni dal quarto piano o furgoni stracarichi che perdono il carico e io che mi devo spostare per non essere travolta.

-Enrico che non deve guidare perché ci sono i mezzi pubblici.

-Andare a mangiare fuori senza prendermi la cagarella (tanto ormai il mio corpo era stato contaminato a Sfax (vedi sfax-tossinfezzione-alimentare) e ho avuto due giorni di febbrone con annessi e connessi che potete immaginare; antibiotico e digiuno, gli ultimi due giorni mi sono rifatta alla Pulpería A’Gudiña sotto casa).

-La gente che sorride e legge dei libri sul metrò.

Barcellona

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-Solo venendo da posti come Sfax ci si può rendere conto di che figata è l’architettura europea.

– Camminare per il lungomare mano nella mano con Enrico e Michele che ci fotografa. (A Sfax è impossibile per il semplice fatto che non c’è il lungomare.)

Siamo tornati ma è chiaro che qui noi non possiamo restare.

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