Salon de thè Dadi

2013-09-24 08.44.52Enrico è a Tunisi e ritornerà domani, l’insegnante di aerobica di Michele mi perseguita sia quando porto il bambino a scuola sia al telefono ed io scappo, (lei e il suo sorriso a trentaquattro denti e il suo sguardo che vede il tuo conto in euro anche se hai i vestiti sgualciti). Cerco di non parlare con nessuno.

Oggi ascoltavo la peste di Camus su Radio3 in podcast e le mani hanno cominciato a tremare, sono andata a fare il bagno e non riuscivo a smettere di guardare lo scaldabagno orizzontale sospeso sopra la mia testa, tenuto su da due enormi ganci arrugginiti.
– Se cade quante possibilità ho di sopravvivenza?
Sono uscita dalla vasca, ho iniziato a cazzeggiare su Facebook ma il senso di nausea non passava allora ho aperto Skype. La Sesse mi ha mandato un messaggio:

– Raccontami qualcosa per favore, qualunque cosa.

Quanto Dario, il suo ultimo nato, ha rigurgitato e la voce della Sesse è cessata ho preso la saggia decisione di uscire di casa. Basta rompersi le palle gratuitamente, fuori c’è il sole.  Vado a stampare i primi tre capitoli di uno scritto che ha bisogno di una pesante revisione da secoli. E la faccio in un bar, fuori, seduta su un tavolino.

La tipografia è piccola e continua a riempirsi di gente,  tre ragazze si affaccendano e nessuno dico, dico nessuno che sorride, nessuno che non abbia lo scazzo totale…e io vengo da Genova, patria dello scazzo. Forse è per questo che continuo a mugugnare.

C’è il sole e una leggera brezza, il vento porta il fumo della discarica lontano, verso il mare aperto e le mosche volano basse.

La sala da thè Dadì è uno di quei posti dove si possono sedere anche le donne (io sono l’unica da sola),  la palizzata che circonda i 18 tavolini e le circa 70 sedie rosse garantisce una certa protezione dal testosterone troppo sviluppato e dagli sguardi curiosi dei passanti ( il “chissà che cosa pensa la gente” è il problema principale del tunisino medio o almeno dello sfaxiano medio).

Il sole brilla sul mare e si riflette su gli ombrelloni blu, a terra un finto prato dalle tonalità grigiastre è puntellato da pezzettini di carta, avanzi di tovagliolo, stuzzicadenti rotti e plastichette multicolori.

Arriva la mia colazione completa: limonata, pane tostato, marmellate e nutella, uova strapazzate, acqua, brioche e cappuccino. Fogli e matite colorate da una parte, vassoio dall’altra.

Una mosca enorme è appollaiata sul tappo della mia bottiglietta d’acqua, la proboscide rossa si alza e si abbassa mentre ne perlustra ogni millimetro; il ventre è verde metallizzato, gli occhi hanno una superficie vellutata gialla e arancione.

Mi sbraccio, mi agito: una moschina muore dentro la Nutella,  un’altra passeggia sul pane, una terza beve una goccia della limonata dal bordo del bicchiere. Gli altri 4 avventori della sala da thé Dadì ( due coppie) non si scompongono e mi chiedo che cosa mi  agito a fare visto che le mosche (solo loro?) avranno passeggiato ampiamente in ogni cibo già prima di arrivare sul mio tavolo.

Cantano gli Immam e l’aria si riempie del loro lamento lugubre.

Ho provato a essere positiva ma non ci riesco: mancano 18 giorni al mio rientro a casa.

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