IL MURO- Sulla costruzione dei muri.

Di mattoni, di ferro, di gomma.

Sui confini, tra le case, nel cuore.

Al di qua, al di là, in mezzo.

Lo costruisco, lo subisco, lo vivo.

Lo combatto, ne ho paura, lo ignoro.

Lo esalto, mi protegge, mi offende.

Lo scavalco, lo piccono, lo ingrandisco.

Lungo, alto, spesso.

Più lungo, più alto, più spesso.

Lo proteggo.

Lo amo.

Scappo.

Tra me e te.

Scappo.

Da me o da te?

Ritorno.

Ma non riesco.

A entrare. A uscire.

Tra città e città. Tra strada e strada. Tra casa e casa. Tra stanza e stanza.

C’è un muro.

Contro un muro: la testa/ la palla

Un muro di parole.

Sbircio.

Parziale, discontinuo, nascosto.

Dietro un muro.

Quattro muri.

Tra l’alto e il basso.

Tra destra e sinistra.

Tra la cucina e il bagno.

Chi c’è di là?

Non ti conosco.

Ti sbircio.

Ti spio.

Ti controllo.

Chi c’è di là?

Non vedo.

Non so.

Nessuno? Uno? Molti?

Vogliono entrare o uscire?

Perché c’è un muro?

Non ricordo. Glielo chiedo.

Ma sei tu che lo hai costruito o io?

Tu? Ma non ero io?

Non ti capisco.

Muro contro muro.

La mamma di Siam

La mamma di Siam

‘E un’ombra nera

Sui muri bianchi dell’asilo

Nei disegni appesi in classe.

– Perché la mamma di Siam è fasciata?

– Per fare un regalo a Dio.

– Perché tu non sei fasciata, mamma?

– Perché Dio non esiste.

Sorride

E corre a giocare sulla banchina.

La Darsena risplende

Reti

Calamite a un euro

Bottiglie di birra sotto la passerella in teak.

A cosa serve il teatro? Parte prima.

“Il teatro è un insieme di differenti discipline, che si uniscono e concretizzano nell’esecuzione di un evento spettacolare dal vivo.”

250px-AnkaraStateOpera2Il teatro, che ha sempre avuto una connotazione concreta molto forte, abbia pian piano perso la sua funzione. Ma a cosa serve il teatro? A cosa serviva almeno e a chi serve ancora oggi?

Qualcuno pensa che il teatro sia inadatto al gusto contemporaneo in quanto sorpassato dal cinema, io credo che non sia vero. Credo che un certo tipo di teatro sia stato sorpassato dal cinema, e principalmente il teatro che discende dall’illusione scenica, dal palco all’Italiana al sogno Wagneriano del Bayreuth .

Quel tipo di rappresentazione ha avuto la sua evoluzione nel cinema o meglio, in un determinato tipo di cinema che oggi sta portando i suoi frutti con il cinema 3D.

Il teatro, del resto, non è morto ovunque. In Turchia, ad esempio, (e ne parlo esclusivamente perché ho vissuto per un anno ad Ankara) vi sono molti teatri che fanno stagione piena e, spesso non si riesce a trovare un biglietto.

Le motivazioni credo che si possano riassumere in:

basso costo dei biglietti

I biglietti costano in media dalle 4 alle 22 lire quindi dai 2 ai 11 euro circa. C’è un finanziamento da parte dello stato ma questo non toglie che i biglietti sono quasi sempre tutti venduti.

-qualità delle rappresentazioni

Per quello che ho potuto vedere il livello non era altissimo ma neanche bassissimo, un medio che però preserva dalla paura del “sequestro di persona a pagamento”.

riconoscimento in un modello culturale

Parlando della Turchia posso dire che, tranne eccezioni, chi va a teatro si riconosce in un modello culturale Kemaliano. ‘E interessante vedere come ci siano degli sforzi per costruire un tipo di spettacolo che si rifà alle glorie ottomane per cercare di togliere questa egemonia.

Ma so che anche i Romania il teatro è un’attività culturale florida. Quindi perché da noi è morto?

Affermo che il teatro è morto perché i teatri stanno chiudendo, le stagioni dei teatri sono ridotte e le compagnie sono sfiancate dai ritardi nei pagamenti, dai ribassi e dalla precarietà.

Le scuole, bacino di utenza del teatro ragazzi, è sempre più senza fondi.

E comunque la gente non va a teatro.

Perché?

Perché costa troppo, perché la possibilità di essere sequestrati pagando è alta, perché il teatro non ci fa più riconoscere, non ci aggiunge nulla ovvero non ci serve.

Come è potuto accadere questo?

Credo che questo dipenda da un impoverimento dei nostri valori culturali, e come valori culturali intendo sia quelli alti che quelli bassi, sia quelli accademici che quelli popolari, essendosi tutti livellati su una cultura preconfezionata e televisiva.

In questo imbarbarimento la cultura popolare è scomparsa mentre quella accademica si è arroccata su delle posizioni sempre più “mistiche”, di arte per l’arte, deviazioni di quella ricerca del sacro iniziata da Artaud e continuata da Grotowski.

Facendo rientrare il teatro in un tipo d’Arte destinata all’élite culturale (e non solo), è normale che i costi per il pubblico aumentino, anzi è necessario.

Ma c’è un altro problema: la qualità.

Già vent’anni fa un attore della commedia dell’arte mi raccontava che il livello degli spettacoli non è garantito in quanto si presume che l'”Italiano abbia la commedia nel sangue” e quindi chiunque può fare teatro. Quest’idea è stata accettata e supportata dai teatranti stessi, a volte per pagare meno sfruttando il desiderio di calcare il palcoscenico di qualche inesperto, a volte per risaltare meglio tra i neofiti.

Questa cosa non è vera: se dubito che il teatro sia un arte pura, sono sicura che è un mestiere e, così come non tutti possono fare scarpe o camicie, così non tutti possono fare teatro, se per teatro intendiamo qualcosa che interessi chi lo guarda e non solo chi lo fa.

Per finire: a cosa serviva il teatro?

Un tempo serviva a vendere, a fare propaganda, ad istruire, a celebrare, a dare informazioni.

Come possiamo riprenderci questo strumento e ridargli un utilizzo?

Bisogna studiare il passato?

Si può fare ipotesi per il presente?

Via a Calata Gadda- Il giorno dopo le elezioni

Non capita forse a tutti di poter camminare su strade inesplorate. Genova è una città che nasconde, certo, ma  anche io ho una certa propensione a prendere strade conosciute, a voler rivedere gli stessi palazzi, le stesse mattonelle. Oggi, arrivata allo slargo che c’è costeggiati i magazzini del cotone, invece di tornare indietro come al solito, ho continuato per quella strada carrabile. In trentaquattro anni non l’avevo mai fatto. C’è una strada a due corsie che è contenuta da un lato dalle mura arancioni e vetro dei magazzini e dall’altro da un cancello grigio con lampioni bianchi. Oltre capannoni con scale anti incendio e parcheggi. Una sbarra gialla a metà della strada ne regola le entrate motorizzate. In fondo alla strada, da un lato le  mura di Genova, dall’altro una mastodontica Costa Crociera che galleggia nel porto. Il cielo è terso, screziato di bianco, il vento gelido secca le labbra.  Stiamo percorrendo strade sconosciute ma non bisogna avere paura, questa, per esempio, non è una bella strada ma è ottima per pattinare e, avendo i patini ai piedi, è un gran fortuna.

22 febbraio – A casa

Valentina di Enrico Olia- Olio su telaSono a casa, ho il raffreddore. Quello vero, quello che ha sterminato gli indiani d’America.

Sono sdraiata nel mio lettone rosso, davanti a me una porta finestra sospesa nella parete color carne. L’azzurro del cielo, qualche gabbiano che passa. Il sole illumina il quadro della Valentina, colori tenui, esclusi capezzoli e labbra. Nel collo ha una pennellata tendente al verde, sembra una ferita o una vagina.

La luce del sole continua il suo percorso lungo la parete di destra, ora illumina le camicie di Enrico appese nell’armadio aperto.

Oggi è il giorno del teatrogiornale , i mei appuntamenti per distrarmi da me stessa: scrivere per i miei blog, scrivere per oli, dare lezioni di italiano a bimbi stranieri delle elementari, ora progettare un laboratorio per bimbi non madrelingua italiani dai 3 ai 5 anni, organizzare un testo per il forum antirazzista. Vorrei iscrivermi al corso a Roma sul glottodrama ma non so a cosa possa servire se perfino le  università hanno come unico fine far guadagnare i professori universitari. Medagliette da appendere ai muri ne ho fin troppe.

Il sole sta scivolando su me.