occupyGezi

BMK6nXFCUAEA1T7.jpg-largeC’è un filo rosso che collega tutti i movimenti che si nominano Occupy, c’è un sentimento di disagio nei confronti di un potere, sia pur democraticamente eletto, che non rispetta tutti i suoi cittadini. Esiste una dittatura della maggioranza che non è equiparabile a una democrazia.
In Turchia, così come in tanti altri paesi occidentali, in piazza sono scese tutte quelle persone che non sono in sintonia con la maggioranza democraticamente eletta: ci sono laici, anarchici, comunisti, religiosi che la pensano in maniera diversa, femministe, donne che magari femministe non si sentono ma non vogliono neanche essere il focolare della casa, architetti, storici, intellettuali, omosessuali, kemalisti e ambientalisti. Ognuno è in piazza per un motivo diverso ma tutti si sono ritrovati travolti dalla violenza della polizia di stato che ha già fatto i suoi morti.direngeziparki_occupygezi__occupygeziparki_by_mseyeq-d67t3jl
Questa rivolta ha in comune molto col G8 genovese, dove una massa festante di persone, di molte idee diverse ma alternative rispetto al potere, sono state oggetto di una brutale aggressione da parte della polizia italiana.
Il fattore religioso in Turchia è un ulteriore elemento di complessità che non deve però offuscare un’analisi più articolata, così come è riduttivo parlare della rivolta turca solo come un problema di verde cittadino: il parco Gezi è un luogo simbolo per i lavoratori turchi, è il luogo dove si fanno le manifestazioni e dove si festeggia il primo maggio, come per noi è piazza San Giovanni a Roma.
I turchi non sono arabi. La figura religiosa più autorevole della storia religiosa turca è Rumi, un poeta e maestro sufi. Dopo la rivoluzione kemalista la religione è stata relegata ad una sfera personale: non si poteva indossare nessun elemento di identificazione religiosa nei luoghi pubblici e nessuno poteva obbligare un altro/a ad indossarli, così come era vietata l’educazione religiosa nelle scuole. Le donne hanno avuto diritto di voto nel 1926, venti anni prima che in Italia.
L’AKP, il partito di Erdogan, è un partito islamico considerato moderato in occidente che, oltre a cambiare lentamente ma inesorabilmente il volto culturale ed economico della Turchia, ne ha cambiato anche il paesaggio dando il via a grandi opere su cui aleggia l’ombra della corruzione e del clientelismo.

Note per comprendere le immagini

I pinguini sono divebtati il simbolo della disinformazione dei mezzi di comunicazione da quando, in mezzo alle proteste la televisione di stato trasmetteva un documentario sui pinguini.

Le maschere antigas sono state utilizzate da tutti durante le manifestazioni per via dell’uso eccessivo dei lacrimogeni.

Le pentole sono state utilizzate nelle strade di tutta la Turchia come strumento sonoro di protesta, ad Ankara, mi hanno anche raccontato che andavano a passo d’uomo in macchina per bloccare i mezzi della polizia.

Ankara. Vino e molotov

Coppo-Moscato_d_Asti-0133_9Dolmus per ODTU, parco della fiducia. Il guidatore urla le fermate principali che farà il piccolo autobus, le persone salgono e si siedono. Tutti hanno in mano le due lire della corsa. Le lire tintinnano tra le mani, concerto di nacchere improvvisato da sconosciuti. Quando tutti i tredici posti a sedere sono stati occupati, più uno in piedi, il guidatore decide di entrare e di partire. All’Odtu incontro Dilek, una delle mie prime amiche in Turchia, conosciuta tramite il sito conversationexance.com. Ho in mano un sacchetto del pane in cui dentro c’è una provola affumicata e dei canestrelli. Avrei voluto portarle anche una bottiglia di vino passito ma oggi, quando l’appuntamento era in un altro orario e in un altro luogo, me l’ero portata dietro. A un certo punto avevo bisogno di un caffè e, per non incorrere in terribili espressi o in altrettanto orribili caffè turchi, ero entrata in un centro commerciale dove sapevo che c’era un Starbuck. Ad Ankara per entrare in un centro commerciale bisogna passare nei metal detector. Ho posato le borse nello scanner, ho lasciato il cellulare sull’apposito tavolino e sono passata attraverso il meta detector. Mi squilla il cellulare, riprendo il cellulare e rispondo ad Enrico che mi chiama con Skype. Mentre parlo con mio marito vedo le due guardie che mi fanno segni minacciosi e aprono i miei sacchetti. Chiudo la conversazione col consorte e mi avvicino alle donne in divisa. Mi parlano duramente in turco e mi mostrano la bottiglia di moscato che avevano preso da uno dei miei sacchetti. Finalmente capisco: ho provato a fare entrare una potenziale arma o peggio bomba all’interno del centro commerciale. Mi scuso, dico che sono italiana e che era un regalo per una mia amica, volevo solo andare a prendere un caffè. Le guardie scoppiano a ridere: Italia, caffè, vino, neanche fossi uscita da una barzelletta. Le diverto così tanto che una di loro si offre di scortare me e la mia bottiglia di vino fino allo Starbuck. Così quando Dilek mi ha chiamato per cambiare ora e luogo dell’appuntamento ho deciso di riportare la bottiglia di vino a casa. Non vorrei che le guardie all’entrata dell’università scambiassero una bottiglia di moscato per una molotov.

Ankara. Kuzu kokorec.

kokorecDue carretti in mezzo al marciapiede illuminati da una lampada a gas. Due macchine ferme con le luci e il riscaldamento acceso. Kokorec: Il rumore dei coltelli che battono sul tagliere, tarata tarata ta ta ta. Il pane e le polpette di capra che sfrigolano sui carboni ardenti.  L’altro carretto è pieno di midie dolma e limoni, acqua, ayran e cola. Tre ragazzi con la giacca nera confezionano i panini e aprono le cozze ripiene di riso, le annaffiano di limone.

Persino il carretto che vende intestini di capra arrostiti e cozze ripiene, ebbene si, questo sono i kuzu kokorec e le midi dolma, ha le sue salviette profumate personalizzate. Tornando verso casa di Francesco mi compro un paio di birre, le ultime comprate dall'”omino delle birre di Cevre sokak”: Merabalar!

Ankara-Process drama-Laboratorio teatrale in lingua Italiana

classe sestaStanza degli insegnanti ikinci dil, ovvero seconda lingua straniera. Qui è l’ODTU koleji, scuola materna, elementare, media e liceo nata per i figli dei professori del ODTU, prestigiosa università statale. Letteralmente vuol dire: Orta Doğu Teknik Üniversitesi, università tecnica del medio oriente. È qui che si formano gli ingegneri, i programmatori, i matematici ma anche gli architetti, i letterati e i filosofi della futura Turchia.

Il koleji nacque dal fatto che in Turchia le scuole pubbliche  sono molto affollate e le private care, la creazione di una scuola privata frequentata da figli dei professori universitari permette loro di dare una buona istruzione ai propri figli a prezzi dimezzati in quanto il fine della scuola non è il guadagno. Inoltre credo che sia una discreta goduria, se sei un insegnante universitario, nell’avere la possibilità di sperimentare e disciplinare tutte le fasi di istruzione di generazioni di futuri intellettuali, dall’asilo all’università.

I figli dei professori universitari pagano il 50% della retta e sono il 40% degli studenti, i figli degli insegnanti del Koleji non pagano e sono il 20% degli studenti e i privati pagano all’incirca 20  000 lire l’anno e rappresentano il restante 40%. Comunque e da qualunque famiglia provengano i ragazzi che hanno 10 in tutte le materie non pagano.

L’altra parte della medaglia è che se i ragazzi possono accedere a un insegnamento classe sestaprivilegiato i genitori sono legati da un doppio filo al loro lavoro: perdere il lavoro o cambiare facoltà significa perdere questo diritto a un istruzione privilegiata.

Entra in sala insegnanti la responsabile del dipartimento, entra senza salutare e apre la finestra facendo entrare il freddo glaciale. Come sempre le ho visto fare in questi tre giorni inizia a strigliare il primo  collaboratore che le capita sotto tiro per le motivazioni piú disparate, occhi al cielo e quando esce gli insegnanti iniziano a cucirle il cappotto, espressione genovese per indicare il pettegolezzo spinto verso una persona. Questa è l’altra parte della medaglia.  All’ODTU, come in tutta la Turchia, ogni cosa è regolamentata: i vestiti degli insegnanti e dei ragazzi, il taglio dei capelli, l’importanza del voto e degli esami.

I ragazzi hanno dieci ore di inglese la settimana più altre due ore di un’altra lingua straniera.

In questi tre giorni ho lavorato con Katia, una mia amica italiana e insegnante di italiano all’ODTU: ho tenuto sei lezioni di teatro in italiano con ragazzini di dieci, undici e dodici anni. Il loro livello di turco non andava oltre una presentazione stentata e io parlavo solo in italiano.

A essere sincera non ho notato grandi differenze con dei ragazzi della stessa età italiani, certo, parlavo più lentamente, non potevo raccontargli quella dell’uva ma il succo, gli esercizi teatrali, siamo riusciti a svolgerli come da programma e, alla fine della lezione, sono usciti “parlando” in italiano; ovvero la solita presentazione ma questa volta utilizzata da loro spontaneamente e con maggiore sicurezza, come materiale per esprimere anche classe sestaaltro. La lingua come mezzo e non fine a se stessa.

All’ODTU non avevamo stabilito un compenso, rientrava in uno di quei lavori svolti in previsione del nostro -ormai tramontato- futuro in Turchia. La scuola si è però premurata di lasciarmi un attestato che testimoniasse il lavoro svolto e cinque alberi. Si, coi soldi che la scuola non mi ha dato essa ha piantato cinque alberi nel Campus, così il mio lavoro, il mio teatro, farà crescere cinque alberi in Turchia, cinque alberi che contrasteranno il deserto anatolico. E speriamo che sia di buon auspicio e che anche il deserto lavorativo che mi sembra di vedere in Italia possa essere bonificato.

Volo TK 1308 Y

Ankara di notteForse questo è l’ultimo viaggio. In questo ultimo viaggio devo trovare il modo di elaborare il lutto per  questo progetto di vita e ritornare finalmente a casa.

Dal finestrino si vede una distesa di montagne nere nelle cui valli si insediano città che, da questa altezza, sembrano microchip connessi gli uni agli altri tramite strade, questa volta d’asfalto e non di rame.

Le nuvole scivolano sopra le montagne decorandole. Cielo a pecorelle acqua a catinelle, dice il detto. Dietro di me tre italiani in vacanza ad Istanbul parlano di un azienda che si occupa di cavalli. Tre hostess tinte di biondo, con la camicia bianca e il grembiule nero distribuiscono caffé o cay. Il sole fuori si riflette sulle nuvole che si sono addensate. Come posso resistere alla tentazione di deprimermi una volta tornata a casa? Non ci devo pensare, ora sto scappando dalla mamma Italia. Ma questo è il viaggio dell’addio non del ritorno. Perché devo tornare in Italia? Perché lì c’è chi amo. Il mio dialogo interiore, o meglio il mio litigio interiore, fa ridere una terza me.

Parlo in turco alle hostess che mi rispondono in inglese. Il dialogo dei tre italiani in vacanza si è spostato dai cavalli alla crisi. Fuori dal finestrino si estende una pianura di nuvole  belanti.

Abbiamo iniziato la discesa. Il sole, riflettendosi sulle nuvole,  crea arcobaleni. Istanbul là sotto ci aspetta. Il mare è increspato dalle onde, sotto le nuvole c’è buio, ora siamo avvolti da un spessa nube carica di pioggia. Le ali vibrano, in cabina c’è silenzio, nei rari squarci tra le nubi si intravvede un mare ogni volta più nero. Una scia bianca esce da un’ala. Siamo atterrati. Voglia di fumare.

Istanbul. Partenza. Taksi

Non mi lamenterò più dei tassisti di Ankara anche se vanno contro mano, se fanno cenni imbarazzanti e ti seguono mentre cammini sul marciapiede, se intasano le corsie degli autobus sperando che qualcuno abbia troppa fretta per attendere oltre.

18 ottobre. Piazza Taxim: scesa dal pullman che da Ankara mi aveva portato a Istanbul chiedo a uno, due, tre taksi pi portarmi in Kalliyöncü Kulluk caddesi. Tempo calcolato a piedi con google maps: 20 minuti, troppi con due valigie, uno zaino e i marciapiedi alla turca. Due mi dicono che non sanno dov’è la strada, il terzo mi suggerisce di prendere il taksi dall’altra parte della piazza, poi ci ripensa e mi consiglia di prendere il tram. Ci metto comunque venti minuti.

Oggi, 24 ottobre devo raggiungere nuovamente piazza Taksim con le valigie. Torno a Genova finalmente. Emiliano mi ha spiegato che i taksi forse non amano entrare in questa via quindi mi inerpico per una salita alla volta della strada principale. Cerco di fermare un dolmuş, si ferma un taksi. Gli chiedo se mi può accompagnare in piazza Taxim, mi fa segno di si ma non scende dalla vettura.

(Dialogo tradotto dal turco n.d.a.) -Ho le valigie.

-Mettile sui sedili.

– Una è troppo pesante, non ce la faccio.

Silenzio. Io ferma con la portiera aperta, lui seduto che guarda la strada, mani sul volante. Fermo immagine. Finalmente cede. Sbuffando esce dalla macchina e mette la valigia nel porta bagagli.

– Devo andare alla fermata degli Havataş, sa dov’è?

Mi fa segno di si. Arriviamo alla fermata e non si ferma.

-Qua, qua, fermati.

Non si ferma. Gli urlo nelle orecchie:

-Qua. Fermati. Ora.

Si ferma. Mi dice che mi portava all’Havataş Hotel. Dubito che esista.

Gli do venti lire per le quattro lire e sessanta della corsa. Mi dice che non ha il resto e si mette la banconota nel portafogli. Gli chiedo di restituirmi i soldi.

Da facebook:

24 ottobre 2012.

h.9.00 Aiuto la turkish airlines non mi fa partire!!!!! Voglio tornare a casa!!!!

h.9.30 Situazione demenziale: ho il biglietto, l’aereo parte tra un’ora e mezza e la turkish airlines non mi fa partire!!! Enrico se la prende anche con me perché piango. Come dice la Santalalla: vita di merda o forse sarebbe più giusto dire compagnia di merda.

h. 23.00 . Albergo. Fine della giornata: cammino di notte in mezzo a un’autostrada per raggiungere un autogrill, l’unico posto dove ci sia del cibo. Una macchina mi frena accanto, due giovani stronzi ridono della mia faccia spaventata. Nota positiva: sono viva, mi bevo una birra, mangio un kebap e (forse) domani torno a casa.

25 ottobre 2012

h. 9.00 In aeroporto. 50 euro di supplemento valigia. Incontro la stronza anche oggi, è stronza nonostante il primo giorno di bayram. Prego il santo degli espatriati.

h.16.00 Sono a casa: quella vera. Sono a Genova. Grazie a tutti gli amici di facebook per avermi sostenuto in un momento di merda, sperduta in un altro continente.

22 ottobre 2012 Appunti di viaggio. Istanbul. Balık pazarı

Al bar, il solito potrei dire visto che in cinque giorni ci sono venuta tre volte. A quest’ora ho bisogno di posti conosciuti, visto che non posso contare sulle persone. Il bancomat si è nuovamente rifiutato di funzionare e come al solito incontro la figa acida che mi dice: para yok! (niente soldi) con un sorriso di soddisfazione. Ho lasciato le scarpe in negozio maledicendo le banche, i numeri, i soldi e le scarpe.

Sotto il balcone del bar una lenta fila di macchine, acceleratore e freno, scorre come sangue vischioso. Perpendicolare Balık pazarı da mostra di tavolini ancora vuoti e, nei banchi delle pescherie, hamsi (acciughe) e palamut (palamite). La strada pedonale è costeggiata da un canale di scolo, ruscelletto d’acqua che sa di refrescume. All’angolo un șimșek manav (fruttivendolo) regala i colori delle angurie, dell’uva, delle arance. Kurt Cobain gracchia in sottofondo. Anche una macchina della polizia è rimasta imbottigliata e suona la sirena. ‘E arrivata la sera e le luci risaltano: blu, rosso, giallo. Giusto il tempo di una canzone e cala la notte?

Ersoylar et pazarı  (macelleria) , il macellaio pulisce il bancone mentre serve un cliente. Andato via il sole il vento si fa più freddo e si avvicina l’ora in cui devo tornare a casa. L’urlo dei gabbiani, un telefono. Gente che continua a passare, macchine in coda, il macellaio inizia a pulire il pavimento gettando acqua e segatura che poi raccoglie con una scopa. Raccolta la prima ne getta dell’altra, questa volta asciutta.

Un uomo con la giacca rossa corre in mezzo alla strada fino a raggiungere un taksi fermo in coda e vi sale sopra. Un vecchio dalla schiena ricurva è restato fino ad ora seduto su una sedia in mezzo al marciapiede, si alza e gesticolando dice qualcosa al macellaio e al fruttivendolo che lo guardano e non rispondono. Quando se ne va fanno spallucce. Il cameriere mi chiede da dove vengo e se conosco il turco. Az (poco) rispondo, mi sorride e torna al suo lavoro.

Una ragazza con degli stivaletti da neve bianchi, cintura bianca su jeans attillati e maglietta nera, capelli biondo cenere con extention rossa fuoco, parla a un i-phone bianco. Accanto un’amica in abito bianco aspetta. Finisce la telefonata e corrono in Balık pazarı.

Tre ragazzi di colore entrano nella macelleria, entrando stringono le mani al fruttivendolo. Si fanno delle foto nella macelleria, entra anche il fruttivendolo, pose da divi rap. Prendono dei sacchetti neri pieni di carne e pagano. Ancora foto. Sono in cinque, abbracciano il macellaio, anche il fruttivendolo si mette in posa B. boy. Se ne vanno. Il macellaio e il fruttivendolo parlano parlano ancora di loro che questi sono già lontani, macinano il marciapiede a grandi falcate.

Un bambino biondo con la felpa gialla vende coroncine di fiori, è al suo secondo giro dell’isolato. Fumo l’ultima sigaretta e vado a casa.