-Ode a sfax

Sfax è una ragazza che sarebbe bella se non fosse sporca

Ha un’aria luminosa ma il suo alito puzza di diossina e fosfati,

I suoi occhi sono azzurri,

i suoi capelli foglie di palma,

i suoi vestiti bianchi coi merletti

                                                     – ma i vestiti sono consunti,

i merletti strappati,

le foglie di palma polverose-

Sulla sua pelle brulicano motorini scarnificati

salafiti in tunica e  barba

– spettri neri si tengono al sellino.-

Le orecchie di Sfax sono i bacini del porto,

nei padiglioni galleggiano bottiglie di plastica

– vecchi treni disel ne penetrano i lobi.-

La bocca di Sfax è la sua medina

-sangue, mosche e sudore.-

Il cuore di Sfax è il suo giardino municipale

– panchine divelte, scivoli rotti, altalene rubate.

Un cinghiale corre in due metri quadrati.-

Sfax non può vedere la luna

– le tapparelle sono abbassate, le strade vuote.-

Sfax canta cinque volte al giorno

-voci di fantasmi da altoparlanti sfondati.-

Sfax è l’Industriosa

-ma non fa i compiti.-

Sfax non ride

-nel dubbio sparla.-

Sfax non scopa

-neanche da sposata..

Sfax è preoccupata

-ma sempre per la cosa sbagliata.

 

In trappola

La linea che divide cielo e mare è solcata da due navi porta container; se la seguo con lo sguardo verso destra arrivo alla discarica: tra plastica e camion si leva un fumo bianco a un paio di chilometri da casa.

Immobile Taparura

Immobile Taparura

Ancora più a destra degli acquitrini e infine la grande montagna: ha una base di un chilometro quadrato ed è alta come un palazzo di sette piani, la polvere bianca è mescolata a della polvere nera: sono i rifiuti della fabbrica di fosfati.

I comignoli della fabbrica hanno varie altezze e fanno uscire un fumo bianco e spesso che sovrasta la montagna.

Tra me e lei ci sono i bacini della raccolta del sale con le loro quattro montagnette, case, una gru, la pozza con il mercato pubblico, i baracchini che vendono lombrichi, le panchine mezze divelte e un giardino abbandonato con gli scivoli sfondati, una strada percorsa in qualunque direzione da macchine e motorini durante il giorno e deserta di notte, il negozietto che vende le fricassea ( pane fritto diempito di tonno, uova e harissa) e infine l’immobile Taparura.

All’ottavo piano dell’immobile Taparura, così da poter fissare negli occhi la montagna di fosfati, ci sono io. Sono dietro una porta finestra, seduta su una sedia rosa antico, con il computer appoggiato a una televisione catodica grigia e spenta.

Tramonto e fumo

Tramonto e fumo

È inutile uscire: il lungo mare è irraggiungibile in quanto è un porto industriale; se esco per fare la spesa gli occhi e i commenti sgradevoli dei maschi (dai 10 ai 90 anni) mi fanno girare le palle, figurarsi a sedersi da qualche parte a prendere un caffè. Le donne non si sforzano a parlarmi in francese e se possono parlano di me tra di loro in arabo. D’altra parte io non ho molta voglia di entrare nelle loro case buie ad ascoltare voci che arrivano dal medioevo. Parlano con la lingua ma con gli occhi dicono un’altra cosa.

Enrico e Michele escono al mattino e io sparecchio e mi siedo qui a scrivere, davanti a me il cielo e il mare, fumo e una montagna di fosfati; sotto di me Sfax ma cerco di alzare gli occhi abbastanza per non vederla.

Aforismi da cantare a squarcia gola in finto gregoriano.

– La tolleranza è una virtù da praticare in solitudine

– ‘E più facile amare il prossimo tuo quando questo è distante

– Si apprezza meglio la magia del vicino oriente in cartolina

– Nelle religioni monoteiste il grado di religiosità di una persona è proporzionale alla sua propensione a romperti le palle

Quando non canto ascolto Luxuria music su ITunes.