La mamma di Siam

La mamma di Siam

‘E un’ombra nera

Sui muri bianchi dell’asilo

Nei disegni appesi in classe.

– Perché la mamma di Siam è fasciata?

– Per fare un regalo a Dio.

– Perché tu non sei fasciata, mamma?

– Perché Dio non esiste.

Sorride

E corre a giocare sulla banchina.

La Darsena risplende

Reti

Calamite a un euro

Bottiglie di birra sotto la passerella in teak.

Via a Calata Gadda- Il giorno dopo le elezioni

Non capita forse a tutti di poter camminare su strade inesplorate. Genova è una città che nasconde, certo, ma  anche io ho una certa propensione a prendere strade conosciute, a voler rivedere gli stessi palazzi, le stesse mattonelle. Oggi, arrivata allo slargo che c’è costeggiati i magazzini del cotone, invece di tornare indietro come al solito, ho continuato per quella strada carrabile. In trentaquattro anni non l’avevo mai fatto. C’è una strada a due corsie che è contenuta da un lato dalle mura arancioni e vetro dei magazzini e dall’altro da un cancello grigio con lampioni bianchi. Oltre capannoni con scale anti incendio e parcheggi. Una sbarra gialla a metà della strada ne regola le entrate motorizzate. In fondo alla strada, da un lato le  mura di Genova, dall’altro una mastodontica Costa Crociera che galleggia nel porto. Il cielo è terso, screziato di bianco, il vento gelido secca le labbra.  Stiamo percorrendo strade sconosciute ma non bisogna avere paura, questa, per esempio, non è una bella strada ma è ottima per pattinare e, avendo i patini ai piedi, è un gran fortuna.

Una banana

Due mandarini

Due mele

Una donna coi tacchi si avvicina

Una conchiglia

Un incenso acceso

Un ombrello

Ascolta se ancora respira

Tre coperte

Una barretta di cioccolato

Un cartone di vino

Dorme a volte per giorni

Una barba nera

Due occhi grandi

Due gambe secche

Avvolto come una mummia

A Franz che sorrideva a mio figlio

Un giglio sul materasso vuoto

(Non più buoni propositi

Cattivi pensieri

La puzza opprimente

Coperte stese ad asciugare).

Dal secolo XIX

Genova. Piazza dell’Annunziata

Seduta sui gradini della chiesa. Quadrelli, armato di bastone e cappello, canta a ragazzini che ridono imbarazzati. Lui gesticola: “c’è un mondo psichedelico”. Loro distolgono lo sguardo. Lui si allontana, appoggiato al bastone, trascinando la gamba destra, il volto sereno. Una di loro ride singhiozzando. Quadrelli l’ho sempre viso col bastone e il cappello, piombare in mezzo a discussioni o a concerti,  a raccontare i suo mondo di suoni e a scroccare qualche tiro. Ma solitamente c’è sempre qualcuno che se lo ricorda quando ancora non aveva il bastone (quel brutto male…). Oggi quel qualcuno non c’è e i ragazzi ridono, si alzano dai gradini bianchi della chiesa e se ne vanno verso via Babi.

Dall’altra parte della strada, di fronte alla chiesa, grande e bianca, a quattro colonne e 14 scalini, c’è un palazzo verde decorato con capitelli corinzi, conchiglie e uccelli. Al centro della via c’è una rotonda con siepe e palme. Sto aspettando mia madre da quasi due ore e mi si congelano i piedi.

Genova. Piazza Durazzo

piazza-durazzoOre 15.30. Sono seduta su una panchina in cemento a prendere il sole. Qualche raggio che si incanala tra gli alti palazzi. L’ombra e la luce hanno confini netti di calore e di umidità. I due alberelli della piazza, che  sono stati ripiantati, svettano alti e spogli. Sulla piazza si affacciano: un negozio di decorazioni su vetro, un negozio di scommesse sportive, un’attività senza insegna con la saracinesca aperta e le tende tirate, una moschea.

Le quattro saracinesche della moschea sono verdi, un tempo erano di proprietà di un vecchietto che aveva un negozio di edilizia. Come negozio di edilizia era caro come il sangue ma comodo, a cinquanta metri dal nostro cantiere, ovvero la nostra attuale casa. Il vecchietto voleva ritirarsi ma, per l’affitto dei muri,  chiedeva tanti soldi. Noi siamo partiti per Ankara con l’ape del nonnetto sempre posteggiata in piazzetta. Dopo i lavori di restauro attuati dal comune, la piazzetta era diventata un posteggio abusivo di moto, gli alberi erano stati divelti e cicche e rumenta varia giaceva all’ombra delle panchine di cemento.

Tornati a maggio dell’anno scorso abbiamo visto che il vecchietto non c’era più. Una notte mi sono svegliata col canto del muezzin. Anche Enrico si era svegliato: allucinazioni uditive collettive.

Qualche giorno dopo una mia amica ha detto che non ama passare per la piazza perché vi hanno aperto una moschea. L’interno dell’ex negozio di edilizia, ampio e a volte, è stato ridipinto di bianco. Una striscia rossa circonda in basso una delle colonne. A terra tappeti. Al soffitto una bella lampada. Le grandi vetrate sono pulite, la piazza è pulita, non vi sono più posteggiate moto, sul pavimento in mattoni non vi è più rumenta. La moschea è come un polmone che si riempie (inspira) si svuota (espira) in concomitanza con le ore dedicate alla preghiera. Vi ho visto solo uomini silenziosi. Un foglio è appeso in una delle serrande verdi, è stampato al computer su un A4 bianco, è stato ritagliato nei due angoli in alto per risultare più ordinato. Vi è scritto: “ASSOCIAZIONE AL FAJER”.

Genova. Largo Paolo Emilio Taviani.

sotto la sopraelevataSotto la Soprelevata, seduta su una panchina rotonda ovvero una ciambella in legno vicino a due palme. Queste ultime cercano di lambire la strada a scorrimento veloce con le loro foglie verde chiaro. La soprelevata divide il centro storico dal lungo mare come un arto bionico che aiuta la circolazione di lamiera e carne.Circolazione coronarica da Genova Sestri a Genova Foce.

La mia ombra è incorniciata dall’ombra delle due palme e dal cartello: Largo Paolo Emilio Taviani. L’ombra delle fronde questa volta lambisce un mosaico che glorifica Genova come uno dei luoghi da cui sono  partite le migrazioni di inizio novecento. Una ciminiera dipinta con varie tonalità di marrone e verde si innalza anche sopra la Sopraelevata. In lontananza, posto sui monti che circondano la stazione Principe, l’hotel Miramare forse racconta una storia simile, vista non da chi partiva con le valigie di cartone ma con i bauli della prima classe. Difronte alla Sopraelevata, sul lato mare, il museo Galata espone uno striscione: “memoria E migrazioni. Scopri la storia, comprendi il futuro”. L’immagine racconta di un ponte di una di una nave del secolo scorso, in bianco e nero due uomini di allora guardano il mare, affianco un ragazzo africano a colori si appoggia alla stessa balaustra e guarda lo stesso mare. Ha una giacca rossa.

C’è il sole oggi a Genova, un poco di vento così come deve essere per una città di mare e neanche una nube nel cielo. I gabbiani volano. Michele mi ha vomitato addosso mentre lo portavo all’asilo. Latte rancido e pizza mezza digerita. Colpa della sveglia di mia madre che non ha suonato e delle curve che da Nervi-Capolungo portano al centro.