Hammam Boudaya

ciabatte

Gli armadietti celesti anni ’60 hanno i numeri scritti col pennarello nero sbavato e tremolante: 39 38 64. Sono numeri casuali dispersi tra colonne mal dipinte, tappeti sovrapposti su cui giacciono bucce d’arancia, bustine di plastica, cartellini di vestiti. Alle pareti piastrelle bianche e nere o a fiori, specchi e cassette di plastica contenenti zoccoli in legno e copertone.

Una delle due ragazze che mi hanno adottato questo pomeriggio cerca disperatamente un elastico, è una ragazza sui vent’anni, dai capelli neri e una lunga cicatrice sulla pancia.

La vecchia pazza, una donna tatuata, con le trecce e una strana collana di stoffa al collo urla. E’ seduta in un angolo della stanza ancora nuda.

Difronte a me un’altra vecchia signora si veste: una lunga camicia azzurra, una camicia gialla e marrone, un paio di calzettoni viola.

Dentro l’hammam le donne erano tutte in topless: vecchie, giovani ed, escludendo le mie due amiche del pomeriggio, tutte le altre avevano una grande pancia sotto due tette ancora più grandi. Donne rubiconde che sembravano felici.

– Il matrimonio è terribile.

Mi dice una delle mie due amiche, non quella con la cicatrice che l’8 giugno si deve sposare con un uomo di 14 anni più vecchio di lei, l’altra.

-Per i primi due mesi è anche bello.

Dico io per scherzare.

– No, per un mese.

Risponde lei seria ma la sua tristezza dura poco, riprende ridere: oggi è il suo giorno di libertà.

Ha i capelli castani, è dritta, snella e ride sempre, ha fatto la scuola di pasticceria ma ora che è sposata con un figlio non può più lavorare. Ha un paio di mutandine rosa acceso, i capelli lunghi che le cadono sulle spalle e sul seno ben formato. L’amica ci pulisce a turno con la spugna di crine, ci rincorriamo, aiutiamo le vecchie a sollevare i secchi d’acqua calda o fredda.

Una ragazza ci chiama per farci lo scrub, ha scritto sulle mutande “kiss me” e noi cadiamo vittime di una ridarella irrefrenabile. Hanno vent’anni e poco più e sono leggere come farfalle.

L’hammam è pieno di tubi blu che portano acqua bollente, secchi di plastica male in arnese, piastrelle sbeccate e muffa. Tutte veniamo lavate con lo stesso guanto di crine, la stessa rete imbevuta di sapone di Aleppo. Mi trattano come una di loro e io gioco a rispondere in francese alle donne che parlano in arabo di me.

-No, non sono francese, sono italiana.

E le panzone si guardano stupite e mi chiedono:

-Ma allora capisci l’arabo?

E io rido strizzando l’occhio alle mie amiche della giornata che ridono di rimando forse non sapendo neanche loro il perché.

Siamo nello spogliatoio e la vecchia non ha ancora finito di vestirsi, ora è il turno di un paio di larghi pantaloni neri e bianchi.

A differenza di quello che accade per la strada dove tutti cercano di travolgermi qua, in questo gineceo, tutte si aiutano e la vecchia dai capelli bianchi viene vestita a turno dalle donne che escono dal bagno.

La vecchia si mette in testa un velo azzurro e sopra uno bianco bordato di rosso.

Vado ad aiutare la vecchia a mettersi uno strano coso a fiori, terzo o quarto strato di vestiti che la ingolfano. Mi dice qualcosa in arabo e io le sorrido, una panzona le spiega che io non parlo arabo e la vecchia mi accarezza.

Pago sei dinari per l’hammam.

– Il doppio di quanto paghiamo noi.

Mi dice una delle mie amiche.

Infondo resto sempre una turista.

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