-Ode a sfax

Sfax è una ragazza che sarebbe bella se non fosse sporca

Ha un’aria luminosa ma il suo alito puzza di diossina e fosfati,

I suoi occhi sono azzurri,

i suoi capelli foglie di palma,

i suoi vestiti bianchi coi merletti

                                                     – ma i vestiti sono consunti,

i merletti strappati,

le foglie di palma polverose-

Sulla sua pelle brulicano motorini scarnificati

salafiti in tunica e  barba

– spettri neri si tengono al sellino.-

Le orecchie di Sfax sono i bacini del porto,

nei padiglioni galleggiano bottiglie di plastica

– vecchi treni disel ne penetrano i lobi.-

La bocca di Sfax è la sua medina

-sangue, mosche e sudore.-

Il cuore di Sfax è il suo giardino municipale

– panchine divelte, scivoli rotti, altalene rubate.

Un cinghiale corre in due metri quadrati.-

Sfax non può vedere la luna

– le tapparelle sono abbassate, le strade vuote.-

Sfax canta cinque volte al giorno

-voci di fantasmi da altoparlanti sfondati.-

Sfax è l’Industriosa

-ma non fa i compiti.-

Sfax non ride

-nel dubbio sparla.-

Sfax non scopa

-neanche da sposata..

Sfax è preoccupata

-ma sempre per la cosa sbagliata.

 

Hammam Boudaya

ciabatte

Gli armadietti celesti anni ’60 hanno i numeri scritti col pennarello nero sbavato e tremolante: 39 38 64. Sono numeri casuali dispersi tra colonne mal dipinte, tappeti sovrapposti su cui giacciono bucce d’arancia, bustine di plastica, cartellini di vestiti. Alle pareti piastrelle bianche e nere o a fiori, specchi e cassette di plastica contenenti zoccoli in legno e copertone.

Una delle due ragazze che mi hanno adottato questo pomeriggio cerca disperatamente un elastico, è una ragazza sui vent’anni, dai capelli neri e una lunga cicatrice sulla pancia.

La vecchia pazza, una donna tatuata, con le trecce e una strana collana di stoffa al collo urla. E’ seduta in un angolo della stanza ancora nuda.

Difronte a me un’altra vecchia signora si veste: una lunga camicia azzurra, una camicia gialla e marrone, un paio di calzettoni viola.

Dentro l’hammam le donne erano tutte in topless: vecchie, giovani ed, escludendo le mie due amiche del pomeriggio, tutte le altre avevano una grande pancia sotto due tette ancora più grandi. Donne rubiconde che sembravano felici.

– Il matrimonio è terribile.

Mi dice una delle mie due amiche, non quella con la cicatrice che l’8 giugno si deve sposare con un uomo di 14 anni più vecchio di lei, l’altra.

-Per i primi due mesi è anche bello.

Dico io per scherzare.

– No, per un mese.

Risponde lei seria ma la sua tristezza dura poco, riprende ridere: oggi è il suo giorno di libertà.

Ha i capelli castani, è dritta, snella e ride sempre, ha fatto la scuola di pasticceria ma ora che è sposata con un figlio non può più lavorare. Ha un paio di mutandine rosa acceso, i capelli lunghi che le cadono sulle spalle e sul seno ben formato. L’amica ci pulisce a turno con la spugna di crine, ci rincorriamo, aiutiamo le vecchie a sollevare i secchi d’acqua calda o fredda.

Una ragazza ci chiama per farci lo scrub, ha scritto sulle mutande “kiss me” e noi cadiamo vittime di una ridarella irrefrenabile. Hanno vent’anni e poco più e sono leggere come farfalle.

L’hammam è pieno di tubi blu che portano acqua bollente, secchi di plastica male in arnese, piastrelle sbeccate e muffa. Tutte veniamo lavate con lo stesso guanto di crine, la stessa rete imbevuta di sapone di Aleppo. Mi trattano come una di loro e io gioco a rispondere in francese alle donne che parlano in arabo di me.

-No, non sono francese, sono italiana.

E le panzone si guardano stupite e mi chiedono:

-Ma allora capisci l’arabo?

E io rido strizzando l’occhio alle mie amiche della giornata che ridono di rimando forse non sapendo neanche loro il perché.

Siamo nello spogliatoio e la vecchia non ha ancora finito di vestirsi, ora è il turno di un paio di larghi pantaloni neri e bianchi.

A differenza di quello che accade per la strada dove tutti cercano di travolgermi qua, in questo gineceo, tutte si aiutano e la vecchia dai capelli bianchi viene vestita a turno dalle donne che escono dal bagno.

La vecchia si mette in testa un velo azzurro e sopra uno bianco bordato di rosso.

Vado ad aiutare la vecchia a mettersi uno strano coso a fiori, terzo o quarto strato di vestiti che la ingolfano. Mi dice qualcosa in arabo e io le sorrido, una panzona le spiega che io non parlo arabo e la vecchia mi accarezza.

Pago sei dinari per l’hammam.

– Il doppio di quanto paghiamo noi.

Mi dice una delle mie amiche.

Infondo resto sempre una turista.

Vento

Soffia il vento, un vento forte che solleva la polvere gialla accumulata sui marciapiedi, un vento che fa volare i sacchetti neri, blu, bianchi; un vento che trasporta il fumo bianco dalla discarica dentro la città, fino a me, chiusa nel mio Taparura Immobile.

‘E una nebbia densa che parte da un punto davanti alla mia finestra, un punto affacciato sul mare (questa nube ha inghiottito tutto, anche le fiamme che divorano i rifiuti rilasciando i liquami in mare).

Il sole è alto e rende il fumo della discarica ancora più bianco e luminoso come le nuvole quando sei in aereo.

‘E una città di morte, un cimitero all’alba quando il sole sorge, asciuga l’erba tra le lapidi, la rugiada evapora.

Le mie lapidi sono i palazzi in costruzione o scrostati, le gru, i tetti puntellati di paraboliche.

Vento.

Il mare ora luccica distante, è uno specchio argenteo. La sagoma della montagna di solfiti, alta e squadrata, riemerge dal bianco.

Un gabbiano vola.

La partita di pallone.

images-18Campo da calcio di Sfax. Sette grossi piloni sostengono 21 fari che illuminano a giorno i due campi d’erba finta. Ogni campo ha otto porte di diverse grandezze, dentro ragazzi e bambini in pantaloncini neri e magliette bianche a maniche lunghe. Il nero e il bianco sono i colori della squadra di calcio di Sfax che ha costruito l’impianto.

Percorriamo un sentiero che costeggia una fogna a cielo aperto e arriviamo a un terzo campo, più piccolo. Dentro 11 ragazzi di varie età ( un paio di ragazzi hanno i capelli bianchi) girano attorno al campo. Non c’è una sedia neanche a pagarla, mi siedo su due mattoni messi a T. Enrico corre con un collega, Michele si siede vicino a me su altri due mattoni rossi messi a T e chiede:

-Dove sono quelle cose….

– Le gradinate? Non ci sono.

Inizia la partita ed Enrico sfoggia un’attillata maglietta arancione. Anche a qualcun altro la maglietta identificativa (arancioni contro verdi) non è proprio larga. Dopo una mezz’ora sono tre a due a favore degli arancioni: le luci di tutti e tre i campi si spengono. Nessuno batte ciglio, la palla viene fermata e tutti si sdraiano a terra. Michele entra in campo, il collega di Enrico ci gioca assieme nel buio. Meglio dentro il campo che fuori a bordo fogna, nel buio. Ho freddo.

Si riaccendono le luci, Michele viene spedito fuori dal campo, riprende la partita.

Altri gol e nessuno dice nulla, anche a giocare a calcio sono silenziosi? Eppure come tifosi sono feroci e usano slogan in italiano come: “Siam pronti alla morte” e altre stronzate vagamente fasciste.

Un fallo, un tipo si incazza. Riprende la partita. Michele si annoia e inizia a gironzolare, mi tolgo la sciarpa arancione che ho al collo (è a quadretti ma non importa) e lo coinvolgo a fare il tifo: sventoliamo la sciarpetta come fosse una bandiera e urliamo cretinate il cui ritornello è: “Forza arancioni!”

Gli sfaxiani ci guardano stupiti: una notte, a bordo foga, oltre una rete da polli, una donna e un bambino sventolano una sciarpetta e urlano. Si spengono nuovamente le luci. Si vedono le stelle.

Salon de thè Dadi

2013-09-24 08.44.52Enrico è a Tunisi e ritornerà domani, l’insegnante di aerobica di Michele mi perseguita sia quando porto il bambino a scuola sia al telefono ed io scappo, (lei e il suo sorriso a trentaquattro denti e il suo sguardo che vede il tuo conto in euro anche se hai i vestiti sgualciti). Cerco di non parlare con nessuno.

Oggi ascoltavo la peste di Camus su Radio3 in podcast e le mani hanno cominciato a tremare, sono andata a fare il bagno e non riuscivo a smettere di guardare lo scaldabagno orizzontale sospeso sopra la mia testa, tenuto su da due enormi ganci arrugginiti.
– Se cade quante possibilità ho di sopravvivenza?
Sono uscita dalla vasca, ho iniziato a cazzeggiare su Facebook ma il senso di nausea non passava allora ho aperto Skype. La Sesse mi ha mandato un messaggio:

– Raccontami qualcosa per favore, qualunque cosa.

Quanto Dario, il suo ultimo nato, ha rigurgitato e la voce della Sesse è cessata ho preso la saggia decisione di uscire di casa. Basta rompersi le palle gratuitamente, fuori c’è il sole.  Vado a stampare i primi tre capitoli di uno scritto che ha bisogno di una pesante revisione da secoli. E la faccio in un bar, fuori, seduta su un tavolino.

La tipografia è piccola e continua a riempirsi di gente,  tre ragazze si affaccendano e nessuno dico, dico nessuno che sorride, nessuno che non abbia lo scazzo totale…e io vengo da Genova, patria dello scazzo. Forse è per questo che continuo a mugugnare.

C’è il sole e una leggera brezza, il vento porta il fumo della discarica lontano, verso il mare aperto e le mosche volano basse.

La sala da thè Dadì è uno di quei posti dove si possono sedere anche le donne (io sono l’unica da sola),  la palizzata che circonda i 18 tavolini e le circa 70 sedie rosse garantisce una certa protezione dal testosterone troppo sviluppato e dagli sguardi curiosi dei passanti ( il “chissà che cosa pensa la gente” è il problema principale del tunisino medio o almeno dello sfaxiano medio).

Il sole brilla sul mare e si riflette su gli ombrelloni blu, a terra un finto prato dalle tonalità grigiastre è puntellato da pezzettini di carta, avanzi di tovagliolo, stuzzicadenti rotti e plastichette multicolori.

Arriva la mia colazione completa: limonata, pane tostato, marmellate e nutella, uova strapazzate, acqua, brioche e cappuccino. Fogli e matite colorate da una parte, vassoio dall’altra.

Una mosca enorme è appollaiata sul tappo della mia bottiglietta d’acqua, la proboscide rossa si alza e si abbassa mentre ne perlustra ogni millimetro; il ventre è verde metallizzato, gli occhi hanno una superficie vellutata gialla e arancione.

Mi sbraccio, mi agito: una moschina muore dentro la Nutella,  un’altra passeggia sul pane, una terza beve una goccia della limonata dal bordo del bicchiere. Gli altri 4 avventori della sala da thé Dadì ( due coppie) non si scompongono e mi chiedo che cosa mi  agito a fare visto che le mosche (solo loro?) avranno passeggiato ampiamente in ogni cibo già prima di arrivare sul mio tavolo.

Cantano gli Immam e l’aria si riempie del loro lamento lugubre.

Ho provato a essere positiva ma non ci riesco: mancano 18 giorni al mio rientro a casa.

In trappola

La linea che divide cielo e mare è solcata da due navi porta container; se la seguo con lo sguardo verso destra arrivo alla discarica: tra plastica e camion si leva un fumo bianco a un paio di chilometri da casa.

Immobile Taparura

Immobile Taparura

Ancora più a destra degli acquitrini e infine la grande montagna: ha una base di un chilometro quadrato ed è alta come un palazzo di sette piani, la polvere bianca è mescolata a della polvere nera: sono i rifiuti della fabbrica di fosfati.

I comignoli della fabbrica hanno varie altezze e fanno uscire un fumo bianco e spesso che sovrasta la montagna.

Tra me e lei ci sono i bacini della raccolta del sale con le loro quattro montagnette, case, una gru, la pozza con il mercato pubblico, i baracchini che vendono lombrichi, le panchine mezze divelte e un giardino abbandonato con gli scivoli sfondati, una strada percorsa in qualunque direzione da macchine e motorini durante il giorno e deserta di notte, il negozietto che vende le fricassea ( pane fritto diempito di tonno, uova e harissa) e infine l’immobile Taparura.

All’ottavo piano dell’immobile Taparura, così da poter fissare negli occhi la montagna di fosfati, ci sono io. Sono dietro una porta finestra, seduta su una sedia rosa antico, con il computer appoggiato a una televisione catodica grigia e spenta.

Tramonto e fumo

Tramonto e fumo

È inutile uscire: il lungo mare è irraggiungibile in quanto è un porto industriale; se esco per fare la spesa gli occhi e i commenti sgradevoli dei maschi (dai 10 ai 90 anni) mi fanno girare le palle, figurarsi a sedersi da qualche parte a prendere un caffè. Le donne non si sforzano a parlarmi in francese e se possono parlano di me tra di loro in arabo. D’altra parte io non ho molta voglia di entrare nelle loro case buie ad ascoltare voci che arrivano dal medioevo. Parlano con la lingua ma con gli occhi dicono un’altra cosa.

Enrico e Michele escono al mattino e io sparecchio e mi siedo qui a scrivere, davanti a me il cielo e il mare, fumo e una montagna di fosfati; sotto di me Sfax ma cerco di alzare gli occhi abbastanza per non vederla.

Aforismi da cantare a squarcia gola in finto gregoriano.

– La tolleranza è una virtù da praticare in solitudine

– ‘E più facile amare il prossimo tuo quando questo è distante

– Si apprezza meglio la magia del vicino oriente in cartolina

– Nelle religioni monoteiste il grado di religiosità di una persona è proporzionale alla sua propensione a romperti le palle

Quando non canto ascolto Luxuria music su ITunes.

Persa

2013-10-11 15.36.17È giovedì mattina e Michele non vuole svegliarsi. Ieri eravamo ospiti da un collega di Enrico più grande di noi, con due ragazzi ventenni disabili e una moglie velata. Gente semplice e cortese, lui beve vino, lei esce da sola ed entra nelle caffetterie. Hanno quattro cani che abitano sul terrazzo, ogni cane ha la sua stanza. Abbiamo fatto tardi ed Enrico domani deve andare a Sousse per una riunione.

Porterò io il nano a scuola. 

Dopo colazione Michele vuole disegnare il solito squalo gigante.

-Michele puzzi! Devi farti il bagno! Dove hai messo i vestiti?

L’ho rincorro per la casa, riusciamo a uscire. Sono le 10 e 30, tanto vale prendersela con calma, più in ritardo di così?

Decido che è arrivato il momento di emanciparsi dal taxi per il più sicuro bus. Andiamo sotto le mura della medina dove ho visto molti autobus e lì chiedo.

Un signore dai baffi spelacchiati mi indica un autobus dall’altra parte della strada, potendo Michele per mano e affrontiamo l’attraversamento; prima di sedermi chiedo a una ragazza dai capelli neri: questa sgrana gli occhi, si consulta in arabo con le vicine e poi mi dice che si, l’autobus va in rue de Tunis. Entra una ragazza velata e si intromette nella discussione.

-No, non va in rue di Tunis, devo andare più avanti dove c’è la gare e li chiedere.

-Dove?

-Più avanti, davanti alla pizzeria dal nome ##@# (incomprensibile).

Michele non è convinto. Camminiamo fino a la seconda porta della medina, nessuna gare o pizzeria in vista. Chiedo informazioni a un uomo: questi sgrana gli occhi e va a parlare in arabo con qualcun altro, quest’ultimo ci accompagna fino a una pensilina arancione, senza alcuna scritta e li ci abbandona.

Dopo un po’ vedo due ragazze velate, coperte dalla testa ai piedi, che stanno dritte dietro l’ombra della pensilina. Chiedo ma non rispondono, non parlano neanche tra loro, ci fissano solo dall’alto in basso. Andiamo a sederci. La pensilina non serve per ripararsi dal sole, moriamo di caldo, ci alziamo, cerchiamo anche noi rifugio nell’ombra dietro la pensilina dove giunte altre persone. Chiedo, una ragazza: questa sgrana gli occhi (ahia, qua marca male!). Un homo si intromette nella discussione e mi dice che no, non devo prendere l’autobus lì ma devo prendere un taxi.

Ringrazio e me ne vado.  Io e Michele entriamo nella Medina.

-Miki, dobbiamo andare sempre dritti. Miki c’è una casa, giriamo a sinistra poi rigorismo a destra e continuiamo dritti. Miki attento al fiumiciattolo di fogna, Miki non mettere i piedi nella pozza di sangue.

– Mamma mi toccano i capelli, mamma la signora mi ha tirato il gomito nel collo, mamma aspetta.

-Miki non tirarmi giù i pantaloni che ci arrestano.

-Mamma! Aspettami.

-Attaccati alla camicia, ma quella non è la porta da cui siamo entrati?

-Perché non ci compriamo una bussola, mamma?

-Sai che ti dico Michele, oggi non andiamo a scuola.