Genova. Largo Paolo Emilio Taviani.

sotto la sopraelevataSotto la Soprelevata, seduta su una panchina rotonda ovvero una ciambella in legno vicino a due palme. Queste ultime cercano di lambire la strada a scorrimento veloce con le loro foglie verde chiaro. La soprelevata divide il centro storico dal lungo mare come un arto bionico che aiuta la circolazione di lamiera e carne.Circolazione coronarica da Genova Sestri a Genova Foce.

La mia ombra è incorniciata dall’ombra delle due palme e dal cartello: Largo Paolo Emilio Taviani. L’ombra delle fronde questa volta lambisce un mosaico che glorifica Genova come uno dei luoghi da cui sono  partite le migrazioni di inizio novecento. Una ciminiera dipinta con varie tonalità di marrone e verde si innalza anche sopra la Sopraelevata. In lontananza, posto sui monti che circondano la stazione Principe, l’hotel Miramare forse racconta una storia simile, vista non da chi partiva con le valigie di cartone ma con i bauli della prima classe. Difronte alla Sopraelevata, sul lato mare, il museo Galata espone uno striscione: “memoria E migrazioni. Scopri la storia, comprendi il futuro”. L’immagine racconta di un ponte di una di una nave del secolo scorso, in bianco e nero due uomini di allora guardano il mare, affianco un ragazzo africano a colori si appoggia alla stessa balaustra e guarda lo stesso mare. Ha una giacca rossa.

C’è il sole oggi a Genova, un poco di vento così come deve essere per una città di mare e neanche una nube nel cielo. I gabbiani volano. Michele mi ha vomitato addosso mentre lo portavo all’asilo. Latte rancido e pizza mezza digerita. Colpa della sveglia di mia madre che non ha suonato e delle curve che da Nervi-Capolungo portano al centro.

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Ankara. Vino e molotov

Coppo-Moscato_d_Asti-0133_9Dolmus per ODTU, parco della fiducia. Il guidatore urla le fermate principali che farà il piccolo autobus, le persone salgono e si siedono. Tutti hanno in mano le due lire della corsa. Le lire tintinnano tra le mani, concerto di nacchere improvvisato da sconosciuti. Quando tutti i tredici posti a sedere sono stati occupati, più uno in piedi, il guidatore decide di entrare e di partire. All’Odtu incontro Dilek, una delle mie prime amiche in Turchia, conosciuta tramite il sito conversationexance.com. Ho in mano un sacchetto del pane in cui dentro c’è una provola affumicata e dei canestrelli. Avrei voluto portarle anche una bottiglia di vino passito ma oggi, quando l’appuntamento era in un altro orario e in un altro luogo, me l’ero portata dietro. A un certo punto avevo bisogno di un caffè e, per non incorrere in terribili espressi o in altrettanto orribili caffè turchi, ero entrata in un centro commerciale dove sapevo che c’era un Starbuck. Ad Ankara per entrare in un centro commerciale bisogna passare nei metal detector. Ho posato le borse nello scanner, ho lasciato il cellulare sull’apposito tavolino e sono passata attraverso il meta detector. Mi squilla il cellulare, riprendo il cellulare e rispondo ad Enrico che mi chiama con Skype. Mentre parlo con mio marito vedo le due guardie che mi fanno segni minacciosi e aprono i miei sacchetti. Chiudo la conversazione col consorte e mi avvicino alle donne in divisa. Mi parlano duramente in turco e mi mostrano la bottiglia di moscato che avevano preso da uno dei miei sacchetti. Finalmente capisco: ho provato a fare entrare una potenziale arma o peggio bomba all’interno del centro commerciale. Mi scuso, dico che sono italiana e che era un regalo per una mia amica, volevo solo andare a prendere un caffè. Le guardie scoppiano a ridere: Italia, caffè, vino, neanche fossi uscita da una barzelletta. Le diverto così tanto che una di loro si offre di scortare me e la mia bottiglia di vino fino allo Starbuck. Così quando Dilek mi ha chiamato per cambiare ora e luogo dell’appuntamento ho deciso di riportare la bottiglia di vino a casa. Non vorrei che le guardie all’entrata dell’università scambiassero una bottiglia di moscato per una molotov.